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Il sindacalista Usa schierato con la Fiat

Sergio Marchionne, che per la Fiom ricatta i lavoratori e che secondo la Cgil insulta l’ Italia, è la stessa persona che Bob King al Salone dell’ auto di Detroit ha definito come riferito ieri dal Corriere il miglior interlocutore possibile per l’ Uaw, il sindacato da lui presieduto. La cosa non ha suscitato particolare sorpresa né sembra sollecitare riflessioni nel nostro Paese: il sindacato americano è percepito come una realtà troppo diversa dal modo di organizzare il lavoro in Italia. La storia politica e sindacale degli Usa ha seguito percorsi molto diversi dai nostri, le confederazioni a volte accettano di negoziare non solo i contenuti economici ma anche i diritti rinuncia dei dipendenti Chrysler e General Motors a scioperare fino al 2015: diversità radicali, quasi genetiche. Eppure King, che dopo aver fatto molte concessioni si prepara a una dura stagione di rivendicazioni ora che l’ industria si è risanata, non è un marziano. E lo United Auto Workers è lo stesso sindacato che negli Anni 50 del Novecento negoziò con Ford e General Motors i generosi contratti che hanno trasformato l’ «aristocrazia» degli operai meccanici nel nuovo ceto medio americano. È su questa scia che, negli anni successivi, i sindacati in Europa e anche in Italia cominciarono a elevare la soglia delle loro rivendicazioni. Oggi l’ Uaw ha anche cambiato veste perché, attraverso il suo fondo sanitario, è diventato azionista di Chrysler. Ma solo tre anni fa teneva duro difendendo conquiste divenute ormai insostenibili, fino al punto di spingere Gm e Chrysler verso la bancarotta. Solo a quel punto, davanti alla prospettiva della scomparsa di un’ importante realtà produttiva dagli Stati Uniti, il sindacato ha cambiato rotta, facendo scelte più pragmatiche: «Abbiamo capito – ha spiegato King a Detroit – che bisognava abbandonare la vecchia mentalità dello scontro, che era necessario cooperare con i manager per favorire la crescita e la competitività dell’ azienda». King non ha rinunciato a battersi a sostegno dei lavoratori, ma dice di aver capito che se prima non si garantiscono le condizioni per il successo dell’ azienda, non c’ è ricchezza da spartire. Per lui la lotta di classe è quella per far sopravvivere un ceto medio di matrice operaia, evitando che venga schiacciato nella morsa della globalizzazione. Da noi la lotta di classe continua a tenere banco in una parte del mondo del lavoro e chi la sostiene si cura poco della sua praticabilità in una realtà economica globalizzata. Diritti e conquiste vanni difesi «a prescindere». Bob King sembrerà anche un «ufo» e i suoi tentativi di esportare parte delle regole e delle garanzie Usa nelle fabbriche dei Paesi emergenti, dalla Cina all’ India, al Brasile, potranno anche cadere nel vuoto. Ma il suo realismo, la sua ricerca di ricreare le condizioni economiche e istituzionali per recuperare forza negoziale, meritano attenzione e rispetto.

Fonte: Corriere della Sera del 14 gennaio 2011

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