• venerdì , 14 Giugno 2024

I dubbi di Obama sui danni del Giappone

«Rischi sostanziali».Poi ordina: «Revisione completa della sicurezza nucleare negli Usa»
Telefonate notturne col premier Kan, ieri una visita all’ ambasciata giapponese a Washington per portare personalmente il suo cordoglio, poi l’ elogio degli «eroi» che stanno cercando, a rischio della propria vita, di raffreddare i reattori della centrale di Fukushima danneggiati dal terremoto: nel momento più tragico della storia postbellica del Giappone, Barack Obama non fa mancare al «Paese amico e alleato» la solidarietà dell’ America e anche il suo aiuto materiale, affermando inoltre di aver dato ordine affinché venga effettuato «un riesame completo della sicurezza delle nostre centrali nucleari». Al tempo stesso, però, il presidente Usa spiega che la decisione unilaterale di evacuare i cittadini americani in un raggio di 50 miglia dalla centrale, presa martedì quando le autorità giapponesi ancora minimizzavano i rischi, è stata basata sull’ analisi di «solide evidenze scientifiche», alla luce dei «rischi sostanziali» che si corrono a restare nelle zone circostanti la fuga radioattiva. Il presidente non ha criticato direttamente le autorità nipponiche per aver sottovalutato la crisi. E tuttavia, nell’ assicurare ai cittadini americani che l’ arrivo sui cieli Usa di una nube radioattiva veramente pericolosa è ipotesi al momento remota, ha anche avvertito che un’ evacuazione che vada oltre il raggio di 50 miglia dalla centrale – oggi non opportuna – potrebbe anche diventare necessaria in futuro «qualora la situazione dovesse ulteriormente deteriorarsi». Insomma l’ ammissione di un quadro gravissimo che può ancora finire fuori controllo. Per questo, ha aggiunto Obama, «l’ altra notte ho autorizzato il rimpatrio su base volontaria delle famiglie degli americani che lavorano nel Nordovest del Giappone». Anche se nessuno mette apertamente sotto accusa un Paese che in poche ore ha dovuto affrontare il terremoto più violento della sua storia, uno tsunami devastante e una tremenda emergenza nucleare, è evidente che il modo in cui il Giappone sta gestendo le fughe radioattive suscita sconcerto. Prima il capo dell’ «authority» nucleare Usa, Gregory Jaczko, che è andato al Congresso a spiegare che nella vasca di raffreddamento del reattore numero 4 non c’ è più alcun liquido a impedire che le barre di uranio mandino radiazioni direttamente nell’ atmosfera. Poi la reazione irritata della Cina che, davanti al panico dei suoi cittadini e all’ accaparramento di scorte di sale ritenuto erroneamente un antidoto alla contaminazione radioattiva, ha chiesto con tono perentorio al governo di Tokyo di fornire «informazioni tempestive e accurate» sulla reale portata di un’ emergenza nucleare che sembra ormai grave quanto, se non più, di quella di Chernobyl. Infine la sortita della Francia, Paese nucleare per eccellenza, che ha dato disposizione ai suoi cittadini attualmente in Giappone di lasciare immediatamente il Paese o di spostarsi al Sud. Tutti ammirano l’ ordine e la compostezza della popolazione giapponese, lo spirito di sacrificio dei soccorritori, ma indigna il silenzio delle autorità che hanno nascosto la gravità della crisi e spaventa il disorientamento di un governo di Tokyo anche lui spesso informato tardi e male dai responsabili della Tepco, il gigante dell’ elettricità che gestisce la centrale. Sembra di rivedere, moltiplicata al cubo, la crisi di un anno fa nel Golfo del Messico: un «oil spill» senza precedenti con la Casa Bianca in balìa della Bp, responsabile del disastro ma anche unico soggetto in possesso delle possibili soluzioni tecniche al problema. Stavolta è tutto molto più grave e la diffidenza nei confronti della Tepco è moltiplicata dal fatto che questa società, quarto produttore mondiale di elettricità, ha una lunga storia di menzogne: un’ indagine governativa del 2002 ha infatti scoperto che in 25 anni il gruppo ha falsificato ben 200 volte i rapporti sugli incidenti nucleari occorsi ai suoi 17 reattori. Oggi in Giappone si avverte un vuoto di potere che pesa anche sull’ emergenza nucleare: i vecchi tecnocrati hanno perso la loro onnipotenza, ma al loro posto non è cresciuto un nuovo ceto politico capace di riprendere in mano la situazione. Così si procede a tentoni, cercando di non spaventare la popolazione, si sceglie l’ omertà. Una situazione intollerabile alla quale ieri Obama ha fatto un riferimento indiretto quando ha detto scandito una sua convinzione: in una situazione così grave, «i cittadini americani abbiano diritto di sapere tutto quello che sa il loro presidente».

Fonte: Corriere della Sera del 18 marzo 2011

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