• martedì , 25 Giugno 2024

I buoni prodotti servono più delle Riforme

La presentazione della Grande Punto è stata accolta come la più tangibile testimonianza delle capacità di ripresa dell’auto italiana. Questa capacità non è mai venuta meno: in questo campo – come in molti altri, del resto – l’Italia ha progettisti, maestranze, tecnici, ricercatori, designer di un livello non secondo a nessuno, tanto che se ne esportano o lavorano per molte case straniere, dalle più prestigiose alle low-cost. Ciò che non sanno fare, né loro né altri, è produrre auto competitive, innovative, accattivanti senza un volume adeguato di risorse per finanziare la ricerca, la progettazione, la innovazione, il disegno di nuovi modelli. Per quanto bravi si possa essere, auto competitive senza investimenti proprio non si possono fare.
La Grande Punto è, dunque, anche il frutto dell’impegno finanziario che vi è stato profuso, ivi compreso quello necessario per tornare ad affidarne l’aspetto alla matita di Giugiaro, che già disegnò la limpida linea della prima Punto, ma non quelle dei make-up tentati dai successivi aggiornamenti. E il risultato di questo impegno già si è visto: il più diffuso ed accreditato mensile automobilistico italiano ha sintetizzato un suo primo giudizio nei termini di “una crescita sorprendente”.
La Fiat è considerata l’emblema dell’industria manifatturiera italiana, ossia di quella industria che condensa in se il superamento del cosiddetto “modello di specializzazione” del nostro Paese, che si è ritrovata particolarmente esposta alla apertura dei mercati alla produzione dei Paesi emergenti, che ha perso competitività, così diventando la prima e più rilevante espressione del declino economico dell’Italia.

La parte decisamente maggioritaria delle imprese manifatturiere, nonché le loro organizzazioni rappresentative, si giustificano con una presunta impossibilità oggettiva a reagire, e in questo senso hanno condizionato l’opinione dominante, dunque l’analisi politica e quel poco di ruolo propositivo che questa sembra in grado di generare. È diffuso, di conseguenza, il convincimento che il declino dell’Italia sia inevitabile se non si stabilirà una determinazione politica, sostenuta dall’indispensabile consenso popolare, a realizzare riforme.

Ma la Grande Punto sta li a dimostrare che questa tesi è debole o addirittura strumentale. Dimostra che in Italia è possibile realizzare un prodotto con le caratteristiche necessarie per potersi affermare sul mercato. E qui si sta parlando di automobili, di modelli di massa, di una fascia nella quale la competizione è particolarmente aspra sia per l’impegno tecnico-finanziario, sia per la presenza di competitori di Paesi a basso costo. Questo prodotto è stato realizzato in questa Italia, quella di oggi, non in quella che ciascuno vorrebbe per poterla giudicare migliore o perché vi avrebbe vita più facile. Non in una Italia con meno Irap, con leggi più semplici e permissive, con contratti di lavoro ancora più flessibili, con una amministrazione più efficiente, no: la Grande Punto è nata in questa Italia così com’è, con tutti i suoi limiti, i suoi difetti, i suoi ritardi; quella che molti ritengono condannata al declino senza drastici interventi riformatori. Certo, in una Italia con meno tasse e meno vincoli sarebbe stato più facile, ma è nata ugualmente, e se è nata questa auto, molti altri prodotti parimenti evoluti potrebbero nascere in ogni altro settore manifatturiero solo che vi venga profuso un maggior slancio imprenditoriale, di progettualità, di iniziativa, di impegno finanziario. Poi deve venire la conferma del mercato, certo; anche la nuova Punto deve affrontare il suo scrutinio. Ma è difficile che il mercato possa negare una risposta positiva a prodotti validi. Per cui, se un impegno finanziario, tecnico ed organizzativo verrà profuso per far nascere altri validi prodotti in altri settori, il sistema produttivo comincerà a recuperare la perduta competitività, e anche il tema delle riforme diventerà politicamente e socialmente meno controvertibile. Un prodotto come la nuova Punto dimostra che il successo delle imprese può essere ricercato, e probabilmente trovato, senza attendere riduzioni del benessere diffuso, del ruolo del settore pubblico, o delle protezioni sociali. Non è con un declino del benessere civile che può essere risolto il declino del sistema produttivo. Lo abbiamo sempre sostenuto, ma ora a conferma della praticabilità di questa prospettiva c’è una testimonianza tangibile che viene da una grande impresa e che tutti possono comprendere e verificare.

Fonte: La Stampa del 12 settembre 2005

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