• martedì , 25 Giugno 2024

Imprese più grandi e Hi Tech: Bersani non scioglie i nodi

Produttività è un termine dei più equivoci, o almeno equivocabili. Alla base di ogni intento di politica industriale l’obiettivo di un suo aumento è pressoché rituale, e ci mancherebbe che non fosse così. Ma fissato questo obiettivo, ciascuno lo intende a modo suo, secondo i propri interessi e convenienze, o secondo – è il caso del disegno di legge del ministro Bersani del quale si è parlato troppo poco, messo in ombra dalle tormentate vicende della legge finanziaria – l’esigenza politica di creare un equilibrato consenso tra tutte le parti in causa e di non allarmare la moltitudine di piccoli imprenditori gelosi della loro indipendenza.

La produttività è la resa dei fattori impiegati nella produzione; se non si specifica a quale di questi ci si riferisce, ogni discorso rimane sospeso e non può portare ad alcuna conclusione. Se si parla di industria manifatturiera – ed è di questa che si deve in primo luogo parlare – sono in gioco essenzialmente la produttività del lavoro e la produttività del capitale (ossia di quanto è stato investito in fabbricati, macchinari, ricerca). Si capisce che riferirsi all’uno o all’altro fa una bella differenza. Siccome la prosperità di un Paese è proporzionale al valore aggiunto che il suo sistema economico produce, e siccome per creare molto valore aggiunto è necessario che siano molto produttivi il lavoro e il capitale che vi vengono impiegati, è sulla produttività di questi due fattori che si giocano il progresso e il benessere di chi vi vive. Con una precisazione da fare, però: che la produttività del lavoro dipende dal capitale, ossia dagli investimenti, molto più di quanto la produttività del capitale dipenda dal lavoro. Il lavoro impiegato in una azienda che investe in ricerca e in impianti sofisticati sarà molto più produttivo di valore aggiunto e, dunque, di ricchezza di quello prestato, magari ammazzandosi di fatica e con tutta la flessibilità immaginabile, in una azienda che produce beni correnti in competizione con le fabbriche della Romania o della Cina.

La politica industriale che emerge dal disegno di legge del ministro Bersani individua il capitale come il fattore cruciale sul quale intervenire, ma, fissata questa direzione, non si può dire che l’affronti con piglio realmente riformatore. I nodi da sciogliere sono soprattutto due, e di questi il ddl uno lo vede appena, l’altro non lo vede affatto. Vede appena il problema dimensionale, ossia la necessità di un maggior numero di grandi aziende perché sono queste che, mediamente, presentano la più elevata produttività sia del lavoro che del capitale. Il motivo è semplice: la grande dimensione consente gli investimenti necessari per innovare e, quindi, per generare più valore aggiunto. Non solo, ma una grande azienda che investe per innovare traina la crescita anche delle aziende del suo indotto che a loro volta hanno la opportunità di specializzarsi sulla base di commesse certe e, quindi, senza il rischio della ricerca. Il ddl Bersani a questo riguardo prevede solo incentivi alle concentrazioni e agli accorpamenti, senza considerare che questa strada è già stata percorsa senza alcun risultato perché le piccole aziende non crescono in quanto non intendono perdere il carattere padronale che quasi tutte hanno.

Il nodo che non vede affatto è il ruolo della domanda pubblica. Nei Paesi industrialmente più forti la domanda pubblica è un potente fattore di promozione e di finanziamento della ricerca e dell’innovazione; basta pensare alle spese per la difesa e l’aerospazio di Paesi come Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Germania. Da noi questa domanda è estremamente debole sia in assoluto, sia in rapporto alla politica estera che si intende perseguire. Con la conseguenza che anche per quel poco di alta tecnologia che lo Stato deve per forza acquistare deve rivolgersi per la maggior parte all’estero, così alimentando la produttività, il valore aggiunto, il benessere degli altri. Una qualsiasi politica industriale non può non tenerne conto.

Fonte: La Stampa del 13 novembre 2006

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