• martedì , 25 Giugno 2024

Telecom è strategica il governo può e deve occuparsene

Il caso Telecom almeno un risvolto positivo sembra averlo: quello di aver innescato un dibattito sul «se» e sul «cosa» il governo debba sapere dei piani strategici dei grandi gruppi produttivi nazionali. È importante che un tale dibattito si apra perché un suo eventuale sviluppo porta direttamente a chiedersi la ragione per cui il governo debba eventualmente sapere; e, nel caso, quali iniziative possa lecitamente considerare qualora in quei piani individui aspetti in conflitto con gli interessi generali del Paese.

Porre così il problema già suscita scandalo in molte vestali del liberismo, tra le quali non manca chi ha sostenuto che il governo questo genere di decisioni debba conoscerle solo quando, a cose fatte, i giornali ne danno notizia. Se ciò fosse vero, l’Italia sarebbe l’unico Paese tra quelli evoluti nel quale il governo, non solo non avrebbe voce in capitolo, ma dovrebbe disinteressarsi del tutto di ciò che gli amministratori dei maggiori gruppi intendano fare dei gruppi stessi e, quindi, delle loro attività, delle loro specializzazioni, del patrimonio di conoscenze che possono aver accumulato, delle relazioni non solo con i risparmiatori, ma con clienti, fornitori, centri di ricerca, università e centri di formazione, oltre ovviamente che con migliaia o decine di migliaia di dipendenti talvolta dispersi in Italia e fuori, talaltra tanto accentrati da essere alimento dell’economia di intere piccole e medie città.

L’Italia sarebbe l’unica, mentre dovrebbe essere la prima per più di una ragione. La più evidente è che ha un capitalismo non propenso a generare, e talvolta anche solo a mantenere, grandi gruppi. Grandi gruppi italiani, con funzioni alte italiane e radicate in Italia, sono essenziali soprattutto in un sistema fatto di imprese piccole e medie, la maggior parte delle quali ha nelle commesse dei grandi gruppi l’unica possibilità di crescere e di evolversi verso livelli qualitativi e tecnologici più elevati (si pensi agli investimenti nella ricerca che i grandi possono affrontare, mentre sono preclusi ai piccoli). I grandi gruppi sono una scuola di management che poi nutre l’intero sistema, settore pubblico compreso, alla condizione che siano italiani, perché in caso contrario ad avvalersene, in termini di specializzazioni, esperienze e capacità manageriali, saranno soprattutto i sistemi stranieri. Grandi gruppi – occorre aggiungere – con una proprietà stabile e impegnata nella realizzazione di strategie ad ampio respiro, non motivate dalla possibilità di conseguire sollecite plusvalenze risparmiando sugli investimenti e vendendo (quasi sempre all’estero) società controllate o rami di azienda. Insomma, ma davvero si ritiene casuale, e non causale, che i problemi strutturali del nostro sistema produttivo – crisi della produttività, perdita di quote di mercato, caduta degli investimenti privati nella ricerca – siano cominciati, o almeno si siano accentuati, in seguito alle privatizzazioni? E, corollario: è un caso che tra i pochi grandi gruppi rimasti come punti di forza dell’economia italiana spicchino quelli rimasti sotto il controllo pubblico come Eni, Enel, Finmeccanica e Fincantieri? E infine: il governo, l’istituzione deputata alla tutela degli interessi generali immediati e prospettici del Paese dovrebbe voltarsi dall’altra parte di fronte a questa sempre più evidente realtà?

Il caso Telecom-Tim è la espressione più attuale ed evidente di una storia che si va evolvendo in una direzione che prospetta all’Italia un futuro tutt’altro che desiderabile. Il dominio di una ideologia astratta del liberismo, del privato e della sua autonomia, di un interesse del consumatore inteso come puntuale infinitesimo aspetto della sua condizione di vita; questo dominio – si diceva – inibisce sul nascere non solo ogni ipotesi di iniziativa per cambiare il corso di queste cose, ma persino una analisi, una diagnosi di ciò che sta accadendo e delle sue cause. La reazione alla prospettiva di una cessione di Tim all’estero lascia sperare che la crisi valga almeno, e finalmente, a scuotere la cultura, ancor prima delle forze politiche e del governo, dal torpore di questi ultimi anni.

Fonte: La Stampa del 25 settembre 2006

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