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Bachmann svetta nel confronto fra i sette candidati repubblicani

Rivelazione Michele,la leader del movimento dei Tea Party che parla dei suoi 5 figli e dei 23 ragazzi in affido.
La prima ovazione della serata se la conquista con una frase secca: «Obama è il presidente di un solo mandato». Poi scalda di nuovo la platea con un tagliente: «Non avrò pace finché Obamacare, la sua riforma sanitaria, non verrà cancellata. E’ la mia promessa. Potete metterla in banca, è un assegno da incassare». E così, una battuta dopo l’altra – parole dure, radicali ma chiare, ogni frase costruita come un titolo – Michele Bachmann si è conquistata i riflettori del primo vero dibattito tra i candidati repubblicani alla presidenza, l’altra sera al St. Anselm College di Manchester, in New Hampshire.
PALIN? «NON E’ SERIA» – Guai in vista per gli altri candidati che, con l’unica eccezione del battistrada Mitt Romney, sono stati messi in ombra dall’eroina dei Tea Party. Ma guai soprattutto per Sarah Palin (assente a Manchester) che a questo punto, se vuole candidarsi, deve stringere i tempi e non lasciare troppo spazio all’amica divenuta ormai sua rivale: otto mesi fa l’ex governatrice dell’Alaska era in Minnesota per sostenere Michele nella battaglia per la rielezione al Congresso. Ma ora Ed Rollins, vecchia volpe delle campagne repubblicane (diresse quella di Reagan nell’84) e attuale consulente della Bachmann, liquida pubblicamente la Palin: «Non è una candidata seria».
«VIA LA RIFORMA OBAMA» – Cominciata in ritardo rispetto a quella di quattro anni fa e con uno schieramento ancora incompleto, la corsa per la «nomination» avrebbe dovuto essere infuocata fin dalle prime battute. Tutti i riflettori erano puntati su Mitt Romney: grande sconfitto del 2008 (da John McCain), in vantaggio nei sondaggi su tutti gli altri contendenti, ma assai vulnerabile per i suoi cambiamenti di rotta su quasi tutte le questioni più rilevanti: dalla sanità ai matrimoni gay, dall’immigrazione all’aborto. Era lui il bersaglio ideale dei suoi inseguitori. Invece ha prevalso un clima da «primo giorno di scuola»: sorrisi e complimenti reciproci, attacchi solo per Obama. Perfino il pieno rispetto dei tempi ferrei – un minuto per le risposte, 30 secondi per le repliche – imposti dal conduttore della Cnn, John King. Che a un certo punto, preoccupato da questo minuetto, ha cercato di alimentare la polemica ricordando a Tim Pawlenty di avere appena definito la riforma sanitaria della Casa Bianca «Obamneycare», con chiaro riferimento alle corresponsabilità di Mitt Romney. Ma, anziché attaccare l’avversario di fronte a lui, l’ex governatore del Minnesota ha preferito fare marcia indietro, dicendo di aver usato un’espressione da Obama: un vero harakiri mediatico.
TATTICA – Memori dell’«undicesimo comandamento» di Ronald Reagan (mai attaccare un tuo compagno di partito), Pawlenty, Gingrich, Santorum, Ron Paul ed Herman Cain si devono essere convinti che non avevano nulla da guadagnare a fare la faccia feroce fin dalle prime battute, scagliandosi contro un candidato che, in New Hampshire, ha oggi un vantaggio quasi incolmabile. Sul piano tattico anche Romney ha chiuso la serata da vincitore: dato il suo vantaggio iniziale, era quello che rischiava di più. Invece è uscito senza ustioni dal confronto. E i sondaggi in New Hampshire gli attribuiscono il 24 per cento dei consensi rispetto al 16 della Palin. Seguono, a distanza, gli altri.
L’imprenditore mormone ed ex governatore del Massachusetts ha giocato bene la sua partita, ma non si è esposto. La Bachmann, ancora sconosciuta al grande pubblico, era quella che aveva davanti a sè la sfida più importante. E l’ha vinta. Ora bisogna vedere come amministrerà il capitale politico conquistato ieri. Prima o poi l’incantesimo finirà: le frasi taglienti hanno funzionato, sono servite a tratteggiare un personaggio che ha convinzioni precise.
LA FAMIGLIA – In futuro, però, dovrà giustificare la radicalità delle sue posizioni. Ieri questa figlia di immigrati luterani norvegesi ha potuto raccontare la sua storia di bambina che ha sofferto per il divorzio dei genitori fino a diventare una paladina dei valori familiari della destra religiosa. Ha raccontato per tre volte dei suoi cinque figli e dei 23 ragazzi avuti in affidamento. Da domani dovrà spiegare le sue visioni in bianco e nero del mondo: via dall’Afghanistan e dalla Libia, il «global warming» liquidato come una burla (i «gas-serra sono naturali, fanno bene»), l’Epa, l’authority per la protezione ambientale, definita un’agenzia ammazza posti di lavoro, anche se, in realtà, si limita ad applicare le norme varate dal Congresso. Ma non sarà facile nemmeno per Romney: anche per lui finirà la luna di miele e le numerose correzioni di rotta faranno apparire le sue proposte alquanto tortuose rispetto a quelle di altri concorrenti più radicali.

Fonte: Corriere della Sera del 15 giugno 2011

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