• venerdì , 14 Giugno 2024

“Viviamo in un mondo di pace”

Guerre e violenze: Steven Pinker rilegge le statistiche storiche. Ecco la conclusione.Tragedie a confronto.In proporzione, gli aztechi in Messico e i conquistatori mongoli nel XIII secolo fecero più morti della Seconda guerra mondiale.
L’Olocausto? I milioni di russi morti nei campi di prigionia e nelle purghe staliniane? I genocidi della Cambogia, del Ruanda, del Darfur? I 150 mila morti, solo pochi anni fa, nelle guerre balcaniche? Un milione di nigeriani trucidati negli anni Sessanta nella guerra separatista del Biafra? «Tragedie dolorose ma minori, se le confrontiamo con tutti gli altri periodi della storia dell’ umanità. Voi giornalisti tendete ad alimentare una percezione diversa, ma la verità è che viviamo nell’ era della Grande Pace. L’ ultima guerra nella quale si sono confrontate grandi potenze è quella di Corea: 1953, quasi sessant’ anni fa. Non era mai successo. E non parliamo solo di violenza pubblica: anche quella privata è in rapido calo. La strage familiare che va in prima pagina ci sarà sempre, ma i numeri sono inconfutabili: in pochi decenni violenze domestiche e stupri sono calati dell’ 80 per cento». In un loft del West Village, dove un gruppo di sociologi, filosofi, antropologi, matematici e giornalisti si è riunito per discutere di The Better Angels of Our Nature («Gli angeli migliori della nostra natura»), un saggio sul declino della violenza nel mondo che esce in questi giorni negli Stati Uniti, l’ autore, Steven Pinker, mi spiega con grande fervore che viviamo nel migliore dei mondi possibili: «Chi nasce oggi ha una probabilità cinquanta volte inferiore di essere ucciso rispetto all’ uomo del Medio Evo». E la minaccia del terrorismo? «Spaventosa, non si può certo abbassare la guardia. Fa notizia, ma dal punto di vista dei numeri è poco significativa. E c’ è un motivo: l’ obiettivo del terrorista è quello di diffondere il massimo livello di paura per ogni unità uccisa». Il libro è pieno di grafici che illustrano il calo della violenza nei secoli, soprattutto l’ ultimo, ma la sua analisi risale fino alla preistoria. L’ applicazione del metodo statistico a un’ analisi sulla violenza ha sicuramente un suo valore. In fondo anche la scienza medica lascia alla statistica il giudizio sull’ efficacia dei farmaci anticancro o delle terapie per le malattie cardiovascolari. Ma che dati si possono raccogliere sulla preistoria o sugli assiro babilonesi? Pinker, psicologo e studioso di scienze cognitive di Harvard che ha già fatto molto discutere coi suoi saggi sui meccanismi della mente e sull’ impatto del linguaggio nel comportamento degli uomini, è abituato a fronteggiare sguardi scettici. Fa un sorrisetto di comprensione e si mette a illustrare le basi scientifiche del suo metodo di ricerca, difende l’ accuratezza dei «database» che ha usato: «I governi dell’ antichità ci hanno lasciato molti documenti utili per ricostruire le dimensioni dei massacri e oggi possiamo contare anche sui risultati di discipline nuove come l’ archeologia forense, una specie di Csi della preistoria. Gli studi fatti sugli scheletri trovati nei siti archeologici ci dicono che nel 15 per cento dei casi questi uomini andarono incontro a una morte violenta». Una percentuale che scende man mano che l’ uomo cacciatore comincia a dedicarsi alla pastorizia, all’ agricoltura, costruisce le prime comunità. La svolta che riduce la violenza diffusa sul territorio risale alla formazione degli Stati, col loro monopolio dell’ uso legittimo della forza. Certo, l’ aveva già spiegato Hobbes, non c’ era bisogno di Pinker. Ma nel suo libro lui fotografa in modo inedito quei fenomeni. Lo Stato più sanguinario della storia? «Gli aztechi in Messico. Sotto il loro regime si arrivò a un 5 per cento della popolazione eliminato con la violenza. Per contro in Europa, anche nei periodi più sanguinosi – il XVII secolo e la Seconda guerra mondiale – i morti nei conflitti non sono mai andati oltre il 3 per cento della popolazione». E l’ Europa di oggi, scossa da una crisi economica senza precedenti, piena di debiti e di disoccupati? Per Pinker è un’ isola felice: «L’ Europa occidentale non è solo il posto più sicuro in cui oggi si può vivere, ma è anche il luogo più pacifico dell’ intera storia dell’ umanità». Sempre che non si consideri la prima metà del Novecento. «Certo, quello cambia il quadro – ammette Pinker – ma solo fino a un certo punto. I 55 milioni di morti della Seconda guerra mondiale sono un’ enormità, ma non sono molti più dei 40 milioni uccisi nel XIII secolo dai conquistatori mongoli. E allora la popolazione del mondo era un settimo rispetto a quella del 1945. La verità è che il conflitto scatenato da Hitler è solo al nono posto tra le stragi della storia dell’ umanità, mentre la Prima guerra mondiale è fuori dalla top ten». Il sociologo Malcom Gladwell (suoi Blink e Il Punto critico ) lo ascolta assorto senza mai aprire bocca (forse memore di una vecchia polemica sui giornali nella quale Pinker lo definì un «genio minore»). Chris Anderson, organizzatore della Ted, la conferenza di intellettuali e tecnologi che si tiene ogni anno in California, elogia con enfasi la sua ricerca anche se poi, sfogliando il tomo, nota: «Ottocento pagine. Nell’ era digitale non se le legge nessuno. Però i capitoli sono bene ordinati, ognuno trova quello che gli interessa. Mi piace come spieghi questi fenomeni». Già, perché siamo diventati più miti? È cambiata la nostra genetica? «Lo escluderei – risponde Pinker avvertendo che qui sta solo ragionando su ipotesi -. Non siamo cambiati biologicamente: tre quarti degli uomini e due terzi delle donne ammettono di avere ogni tanto delle fantasie nelle quali uccidono qualcuno. I fattori che ci hanno cambiato nei secoli, a mio avviso, sono tre: il monopolio della violenza legittima passato agli Stati, la crescita dei commerci e una serie di fattori – soprattutto la diffusione dei libri, dell’ istruzione, dei viaggi, del giornalismo – che hanno sviluppato la nostra empatia, lo spirito di cooperazione. Più ancora del nostro spirito morale, hanno sviluppato il nostro autocontrollo, la capacità di capire le conseguenze delle nostre azioni. Siamo più cosmopoliti, comprendiamo meglio le ragioni degli altri. E non sottovalutate l’ emancipazione della donna, il successo delle battaglie per i diritti civili. Certo, vediamo ancora violenze e discriminazioni inaccettabili, ma vi siete dimenticati che ancora negli anni Cinquanta nel sud degli Stati Uniti era normale vedere una pubblicità nella quale il marito picchiava la moglie perché non aveva comprato la marca giusta di caffè?». Su alcuni giornali il filosofo John Gray ha criticato i toni da «fine della violenza» di Pinker: «È pericoloso far credere che l’ Illuminismo e l’ età della ragione abbiano prodotto cambiamenti così radicali». Un altro filosofo, il docente di bioetica di Princeton Peter Singer, che definisce il libro «un’ opera di suprema importanza» in una recensione che uscirà oggi sul «New York Times», nota, tuttavia, che il mondo rimane esposto a rischi come quelli del terrorismo nucleare e di uno scontro di civiltà tra Occidente e Islam. «Se poi hanno ragione gli studiosi della Columbia University per i quali la violenza nelle zone tropicali del mondo cresce quando “El Niño” fa salire le temperature», Pinker dovrà inserire nel suo studio anche la variante riscaldamento globale. «So che tutto è reversibile, che ci sono incognite ovunque – conviene lo studioso di Harvard -. Ma col mio lavoro credo di aver dimostrato che il passato è meno innocente e il presente meno sinistro di quanto comunemente si crede».

Fonte: Corriere della Sera del 9 ottobre 2011

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