• martedì , 23 Luglio 2024

Veltroni non passa il Reno

Da appassionato di cinema, WV (Walter Veltroni) non ignora certo “Le passage du Rhin” di André Cayatte- film buonista (si direbbe adesso) che ottenne il Leon d’Oro alla mostra di Venezia del 1960, scatenando le proteste di tutta la stampa di sinistra che parteggiava invece per il sanguigno “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti. Il passaggio del Reno era quello, non facile, di due amici per la pelle che finiti insieme, durante la guerra, in uno stalag tedesco avevano preso strade differenti: uno era scappato dal campo di concentramento, diventato capo partigiano e dopo il conflitto direttore di quotidiano parigino; l’altro, inviato a lavorare in un’azienda agricola (tutti gli uomini sono al fronte), si sposa una tedesca, restando per sempre oltre-Reno.
Dovrebbe fare anche lui quell’arduo passaggio del Reno che non traspira dal suo programma. Soltanto quando avrà effettuato un netto e deciso passaggio del Reno, potrà dare sostanza alla conclamata discontinuità non solo con il Governo Prodi ma (quel che più conta) con le politiche economiche che hanno portato all’implosione dell’industria manifatturiera (e non solo) del Paese. All’inizio degli Anni Novanta, Michel Albert, grand commis francese (Commissario al Piano e successivamente Presidente ed Amministratore Delegato di una delle maggiori compagnie di assicurazione della République) pubblicò, alle Editions du Seuil (casa editrice collaterale alla “gauche”), un saggio di successo “Capitalisme contre Capitalisme” in cui si mettevano a confronto due tipologie di capitalismo : quello chiamato “renano” (mirato agli “stakeholder” ossia al benessere di tutti coloro che partecipano all’intrapresa) e quello denominato “reaganiano” (orientato alla crescita di valore per gli azionisti, gli “shareholder”). Romano Prodi ne fece la propria Bibbia portatile, scrivendo saggi ed articoli e conducendo addirittura un programma televisivo per la Rai. Il “capitalismo renano” plasma il “dodecalogo” veltroniano – specialmente ai punti 1,3,6,9 e 12.
Nel contempo non solamente il “capitalismo renano” è stato in gran misura abbandonato proprio là dove è nato ma un saggio di Lans Bovenberg della University di Tilburg e di Coen N. Teulings della Timbergen University (disponibile, anche on line, come CESifo Working Paper Series No. 2186) sottolinea i “costi di uscita” da tale modello poiché “anche se la società ne trae vantaggi di lungo periodo in termini di efficienza , nel breve e medio una intera generazione di privilegiati deve dire addio ai loro vantaggi particolaristici”. L’aspetto interessante del lavoro è che l’analisi empirica si basa non tanto sugli ormai triti problemi dei Länder che si bagnano sul Reno ma sulle forme che il “capitalismo renano” ha assunto in Danimarca, Portogallo e negli stessi Stati Uniti. Curiosamente, la Danimarca è il Paese che si è allontanato nel modo più indolore dal “capitalismo renano”, il quale in Portogallo e negli Usa ha la propria architrave nella contrattazione collettiva ed in certi aspetti della normativa lavoristica. Pur se sia la contrattazione sia il diritto del lavoro hanno l’obiettivo di contenere le richieste dei lavoratori in termini di concessioni sugli utili aziendali (da destinare agli azionisti), soprattutto la prima rappresenta “una tentazione per i politici a favorire nel breve periodo coloro che sono già in impiego a spese della creazione di nuova occupazione , possibile soltanto se i lavoratori hanno piena contezza del rischio di impresa”. Lo studio ha una parte teorica in cui si evidenzia come servire numerosi “stakeholder” conduce ad ambiguità in termini di diritti di proprietà e come le tensioni tra “stakeholder” e “shareholder” portano ad un conflitto continuo sulle ragioni dell’intrapresa. Inoltre le varie forme di co-determinazione e co-gestione aumentano il costo del capitale e, quindi, della creazione di occupazione. Infine, attribuire agli “shareholder” proprietà e titolarità rappresenta la migliore diversificazione possibile dei rischi specifici di impresa.
Fare il passaggio del Reno, dunque, comporta sacrifici di una generazione per i settori protetti e chi in essi lavori. Quanto più lo si ritarda tanto maggiore è il costo (anche e soprattutto in termini di perdita di competitività). Anche se il “dodecalogo” non propone neanche di cominciare a traversare il fiume, l’integrazione economica internazionale ha fatto sì che la sponda delle certezze del passato sia stata ormai lasciata. Scegliere il “dodecalogo” con la sua nostalgia per il “capitalismo renano” vuol dire restare in mezzo al guado. Ancora peggio che tornare ad un passato che – come quello di “Good Bye, Lenin”, altro film noto a WV- non esiste più.

Fonte: LIbero del 4 marzo 2008

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