• sabato , 20 Luglio 2024

Tutti gli errori di un Presidente

Lo prendono di mira la destra rabbiosa e la sinistra delusa
L’uomo della speranza e del cambiamento che, arrivato alla Casa Bianca, si rivela sorprendentemente incapace di compiere scelte coraggiose, di imporre la sua linea. Eredita una situazione difficilissima, cerca una «via di mezzo» per non perdere popolarità. Ma, così facendo, lascia incancrenire i problemi e rischia di affondare prematuramente tra la rabbia di una destra che lo accusa di comportarsi da «socialista» e il distacco di una sinistra delusa dalle troppe scelte di continuità rispetto alla presidenza Bush. L’ ultimo libro di Mario Margiocco, firma del «Sole 24 Ore», è un racconto di viaggio a tinte forti di un grande conoscitore degli Usa che è anche, un po’ , un innamorato deluso. Un viaggio nella crisi e nel primo anno della presidenza Obama che sfocia in un giudizio perentorio fin dal titolo del volume edito da Fazi: Il disastro americano (pp. 278, 18). Il racconto scorre sulle piste parallele della parabola politica del primo presidente nero e della ricostruzione della genesi di una crisi finanziaria che è stata già raccontata più volte da autori di molti Paesi, ma che Margiocco ripercorre con un gusto tutto personale dei dettagli e dei personaggi: protagonisti dell’ economia Usa ma anche comprimari che si sono trovati in mezzo a un crocevia della storia. Convinto che le residue possibilità di far uscire il Paese dalla crisi risiedano nella capacità di governo dell’ economia, Margiocco si dedica soprattutto ad analizzare errori e incongruenze dei leader e delle menti più brillanti del fronte progressista, dando per scontate le pesanti responsabilità repubblicane per la crisi (impressionante la puntigliosa elencazione dei giudizi sbagliati formulati da economista e degli errori commessi da ministro nell’ era Clinton da Larry Summers, superconsigliere economico di Obama). L’ analisi assume l’ aspetto di una cupa requisitoria quando le ambiguità tattiche e le incertezze di un presidente che prometteva cambiamenti radicali vengono descritte in tutta la loro inadeguatezza a fronte di una crisi che si sta rivelando perfino più grave di quella degli anni Trenta. Se non altro perché allora gli Usa erano il leader e il faro del mondo, il creditore netto che distribuiva risorse e garantiva il sistema monetario (insieme a un impero britannico già in declino), mentre oggi sono ancora un gigante politico e militare, ma con fondamenta economiche d’ argilla, incalzato sempre più dalle nuove potenze emergenti. È questo il punto centrale del lavoro di Margiocco, che racconta anche la genesi del sistema monetario internazionale del dopoguerra, da Bretton Woods alla fine della convertibilità del dollaro in oro nell’ era Nixon. La data-chiave è il 1986, anno nel quale gli Usa smettono di essere creditori netti del mondo e si trasformano in debitori sempre più affamati di capitali. Così scopriamo che, se Obama non è riuscito a muoversi con la determinazione mostrata da Franklin Delano Roosevelt negli anni Trenta, è anche perché ha ereditato un Paese più fragile, economicamente vulnerabile. E nelle ultime pagine lo stesso Margiocco mitiga la durezza dei suoi giudizi su Obama riconoscendo che un presidente «di razza mista, americano di prima generazione da parte di padre» non poteva comportarsi con la stessa sicurezza di un Roosevelt, americano da molte generazioni: un patrizio della valle dell’ Hudson capace di muoversi in Congresso col piglio del capobranco e che doveva fronteggiare una Wall Street che aveva una sua forza, ma non lo strapotere finanziario e lobbistico di oggi. Obama, suggerisce il saggio, poteva sfruttare meglio il vantaggio della debolezza del Partito repubblicano, disorientato dopo la sconfitta del 2008. È l’ unico punto sul quale non mi trovo d’ accordo con l’ autore: se i repubblicani avessero trovato un nuovo leader capace di costruire un’ opposizione a Obama forte ma «istituzionale», i democratici non sarebbero stati sfiancati da movimenti come i «Tea Party», che hanno applicato alla politica i metodi della guerriglia fino a sconfinare, talvolta, in una specie di «terrorismo dialettico».

Fonte: Corriere della Sera 7 giugno 2010

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