• lunedì , 20 Maggio 2024

Tasse si, tagli mai

Dove nasce il cemento che unisce le parti sociali, coese contro Monti e il suo “cambiamento strutturale”.
“Questa non è una manovra bis, ma un cambiamento strutturale. Si tratta di ridurre gli sprechi salvando i servizi”. Mario Monti, aprendo ieri il tavolo con le parti sociali, ha parlato. Ma chi lo ha ascoltato? Susanna Camusso, leader della Cgil, lancia l’allarme rosso. Raffaele Bonanni, segretario della Cisl, si straccia le vesti per i suoi statali (se ne andranno un impiegato e due dirigenti su dieci, ha confermato Vittorio Grilli viceministro dell’Economia). Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, si augura che ci siano i soldi per pagare i fornitori e vuole sostegni alle costruzioni, i portavoce degli enti locali sbraitano perché i fondi periferici vengono ridotti più di quelli centrali. La litania è lunga e usuale, un copione già recitato cento volte dal 1970 in poi, cioè da quando il debito pubblico è aumentato di 40 punti percentuali in rapporto al pil, grazie alla crescita della spesa sempre superiore alla dinamica delle entrate. Fino a che l’anno scorso il prodotto lordo pro capite è stato pari a 26.050, mentre il debito è arrivato a 31 mila euro a testa.
“Tassate, ma non tagliate”, questa filosofia collettiva si riproduce con una spaventosa coazione a ripetere e mette in seria difficoltà anche la spending review. La spesa pubblica ammonta a 820 miliardi, euro più euro meno. Il governo annuncia una riduzione di 8 miliardi quest’anno, cioè meno dell’un per cento con un pil nominale attorno allo zero (quello reale, sottratta l’inflazione, è negativo). Quindi, la spesa dovrebbe restare la stessa. Tocca all’aumento delle imposte già deciso, portare in attivo il bilancio se gli interessi sul nostro debito resteranno stabilmente attorno al 5 per cento. In tal caso, verrebbe evitato un aumento dell’Iva superiore a un punto l’anno prossimo. Questo il quadro macroeconomico.
Quando poi si scende nel micro, allora cominciano i dolori. Secondo i progetti del governo, tre miliardi e mezzo dovrebbero arrivare da ulteriori riduzioni dei fondi a regioni (2 miliardi), comuni (un miliardo) e province (mezzo miliardo). Il resto dai ministeri che, però, puntano i piedi. Toccare i 290 uffici giudiziari è diventato un attentato alla Costituzione. Il Guardasigilli Paola Severino pensa a un escamotage: presentare un provvedimento autonomo, ma Grilli teme che vada a finire come sempre, cioè in una bolla piena di balle. Anche perché già si parla di dividere i risparmi in due tranche: 4,2 miliardi questa settimana, il resto prima di Ferragosto.
La diminuzione del 10 per cento dei permessi sindacali diventa un’altra questione di principio: dove vanno a finire i sacri diritti e le storiche conquiste? Apriti cielo se poi riguardano la scuola. Si vuole addirittura trasformare in semplice informativa l’obbligo di consultare i sindacati sui trasferimenti di personale, esattamente come aveva proposto l’ex ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta. Anatema. Qui anche il segretario del Partito democratico, Pier Luigi Bersani, fa un salto sulla sedia. Ma l’accusa più sferzante (a dir suo) l’ha lanciata Stefano Fassina, responsabile economico del Pd: Monti sta diventando Tre-Monti. Fuor di metafora, siamo in presenza dei soliti tagli lineari. Doppio anatema. In realtà, non sono stati poi così male se la Banca d’Italia, pur critica da sempre, registra che la spesa pubblica sul pil si è ridotta di due punti dal 2009 al 2011, cioè quando è stata applicata la ricetta Tremonti.
La falce è rozza, più delle forbici (per non parlar del bisturi), ma una spending review degna di questo nome, cioè capace di incidere su ogni tumore, fistola, impurità nel corpaccione del Leviatano, richiede almeno un decennio. L’idea è nata in Gran Bretagna, paese la cui spesa pubblica è più alta della media Ocse nonostante la Thatcher o il post thatcheriano Blair (secondo i seguaci dello statalismo imperante). E non ha fatto grandi passi avanti.
In Italia vent’anni fa venne introdotta la commissione tecnica sulla spesa pubblica, affidata anche allora a Piero Giarda (ma senza cesoie). Poi Tommaso Padoa-Schioppa l’ha aggiornata con il gessato fumo di Londra e ha prodotto il “libro verde”. Adesso Monti lo riapre, sapendo bene che si tratta di una copertura per operazioni chirurgiche inevitabili e quasi certamente non risolutive. Lo stesso presidente del Consiglio, del resto, ha detto che non ha intenzione di ridisegnare il perimetro dell’intervento pubblico in economia. Proprio quello che dovrebbe fare una operazione davvero strutturale.
Dal “sistema democristiano” al “caso Italia”
In Italia la spesa statale rappresenta il cemento di una politica che ha monetizzato sempre le necessarie, ma più dolorose riforme. Per quante gabelle uno debba pagare, c’è poi sempre la mano pietosa del governo che lenisce, ridistribuisce, chiude un occhio. Un tempo si diceva che fosse l’essenza del sistema democristiano. Questi ultimi vent’anni hanno dimostrato che era il cemento del patto stretto nel Dopoguerra. Ecco perché è la spesa, non le tasse, a provocare la reazione in nome della rappresentanza. Ma c’è un piccolo problema: quel contratto sociale oggi non regge più.
Il peso del debito è così alto da deprimere lo sviluppo e creare disoccupazione. Non sappiamo se i calcoli degli economisti americani Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff sono scientificamente accurati, non siamo in grado di dire se un debito pubblico superiore al 90 per cento del pil toglie un punto di crescita l’anno. Ma il Censis ha fatto un conto impressionante. Nel decennio degli anni 70 il pil è aumentato in media del 3,8 per cento e il debito era al 56 per cento; nel decennio successivo la crescita è stata del 2,4 e il debito del 94,8; nel decennio degli anni 90 siamo rispettivamente a 1,6 e 108,5; tra il Duemila e il 2010 abbiamo toccato il fondo: 0,4 e 118,6.
Dunque Reinhart e Rogoff, almeno in Italia, hanno ragione. E non ha torto nemmeno il bocconiano Francesco Giavazzi il quale, consegnato il rapporto su come ridurre gli incentivi alle imprese (che non farà certo piacere alla Confindustria), ha lasciato il proprio incarico presso il governo ed è tornato a scrivere sul Corriere della Sera. Mettendosi alla testa del partito Merkel sezione italiana, ha ricordato che i compiti a casa non sono finiti. Il suo approccio è minimalista (soprattutto sul ruolo della Banca centrale europea). Di questi tempi, però, come diceva un russo caduto nell’oblio, meglio meno ma meglio.

Fonte: Il Foglio del 4 luglio 2012

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