di Fabrizio Onida
Di fronte alla imprevedibile e dirompente politica estera di Trump nel suo secondo mandato i mercati di tutto il mondo trattengono il fiato, in attesa della prossima versione generalizzata della guerra dei dazi, dell’auspicato armistizio Russia-Ukraina tra lo zar Putin e l’eroico resistente Zelensky , di annunci e smentite di minacce di guerra (Iran), di improbabili autocandidature unilaterali (Board of peace) per forzare la convivenza di Israele e Palestina nei medesimi territori. La “pax americana” che ha accompagnato quasi 80 anni di storia del secondo dopoguerra è sempre più un lontano ricordo. La presidenza Von der Leyen della Commissione europea, vicina al termine del suo mandato, sembra male equipaggiata per neutralizzare i crescenti segnali di dis-unione al proprio interno (Ungheria, Slovacchia e non solo).
In questo contesto assolutamente senza precedenti si può sperare che la Cina di Xi Jinping (che potrebbe durare ancora almeno un decennio secondo l’opinione di diversi politologi), possa giocare in una prospettiva di medio termine un qualche ruolo di stabilizzazione planetaria? La speranza è legittima, ma è bene chiedersi – a distanza di più di un quarto di secolo da Piazza Tienanmen e dal crollo del muro di Berlino (entrambi nel tardo 1989)- quanto solida sia oggi la fiducia del popolo cinese nelle proprie istituzioni. Vi sono alcuni segnali premonitori di criticità-fragilità nel successo incontrastato del “capitalismo ibrido” cinese (copyright Economist agosto 2020). Il capitalismo cinese è un misto assai peculiare di basso costo del capitale, salari contenuti, investimenti fortissimi e mirati in ricerca e sviluppo, debole o assente difesa dei diritti proprietari, concorrenza esasperata tra le imprese sia pubbliche che private, tasso di cambio sottovalutato che concorre a mantenere un avanzo della bilancia commerciale.
Vediamo telegraficamente i principali segnali critici sul fronte di Pechino.
1. Profilo macroeconomico-finanziario. Anche al netto dei dubbi sulla credibilità delle statistiche ufficiali, che nell’ultimo quinquennio rivelano un contenuto rallentamento nella crescita del Pil (dal 7-8% circa al 4-5%) e della produttività totale dei fattori, un nodo di fondo resta la persistente difficoltà del governo di Xi Jinping nel correggere il cronico accumulo di investimenti e capacità produttiva in eccesso che gonfia le esportazioni cinesi e i corrispondenti disavanzi commerciali altrui. Anche alla luce della recente crisi immobiliare (Evergrande) urgerebbe espandere la domanda interna di consumi delle famiglie, ma questa è frenata dalla necessità di mantenere alto il risparmio privato prudenziale che supplisce alla cronica inadeguatezza del sistema pubblico pensionistico-assicurativo-previdenziale. La costruzione di un credibile welfare State è forse la sfida più grande che la Cina deve affrontare nei prossimi anni, anche perché già oggi il debito pubblico (Stato più Enti locali) è arrivato a superare il 100% del Pil.
2. Profilo demografico. Con i riflessi ritardati della troppo prolungata politica Maoista del figlio unico, tassi di fertilità intorno a 1.0- 1.2 e tassi di mortalità fisiologicamente in calo, la popolazione registra un allarmante invecchiamento, una forza lavoro in calo e quindi oneri crescenti per il futuro welfare State.
3. Profilo tecnologico-industriale. Gli straordinari successi raggiunti nella rivoluzione auto elettrica (l’azienda leader BYD in testa), avendo giocato nettamente d’anticipo rispetto ai rivali americani (eccetto la Tesla) ed europei, non sono facilmente ripetibili su altre frontiere avanzate come il quantum computing e i connessi sviluppi della componentistica hardware e software.
Va notato tuttavia che, secondo dati dello stesso Istituto centrale di Statistica, vi è una percentuale elevata di aziende col bilancio in rosso.
4. Profilo commerciale internazionale. La retribuzione oraria del lavoro dipendente in Cina è salita al triplo-quadruplo di quella di paesi come India, Vietnam, Malesia. Ciò spinge gli investitori esteri a guardare con interesse a destinazioni alternative dei propri insediamenti futuri nell’area asiatica. Contemporaneamente i gruppi cinesi produttori di veicoli e batterie elettriche hanno già iniziato a insediarsi in paesi come Messico, Brasile e Argentina per servire mercati americani ed europei evitando i dazi di Trump contro la Cina.
5. Materie prime.. La Cina estrae il 60% delle terre rare e di metalli strategici come litio e nickel e ne processa il 90%, ma queste forme di quasi-monopolio difficilmente potranno durare perché prima o poi scatteranno i tradizionali meccanismi di mercato. Il governo cinese è peraltro diventato più sensibile ai problemi ambientali, incluso l’inquinamento prodotto dallo sfruttamento minerario.
6. Profilo socio-economico. Lungi dal ridursi, stanno accentuandosi antichi squilibri territoriali fra le prosperose fasce costiere (dove tuttavia si registra una elevata disoccupazione giovanile con tensioni sociali silenziosamente soffocate dal regime) e le arretrate zone agro-minerarie interne. Il governo di Xi Jinping riesce sempre meno a celare la propria natura di regime autoritario che non tollera il dissenso.
7. Diversi paesi emergenti a cui la Cina ha elargito non solo donazioni, ma anche prestiti d’aiuto a media-lunga scadenza e tassi agevolati tramite la AIDB (Asian Infrastructure Development Bank) nella logica della cosiddetta BRI (Belt&Road Initiative). Ma ormai alcuni paesi debitori, soprattutto africani come Zambia e Angola, sono prossimi alla soglia del default con scarsi segnali di contenimento del sovraindebitamento, costringendo la Cina a rivedere prudenzialmente la propria politica di paese donatore.
Dal punto di vista della vecchia Europa queste criticità vanno attentamente sorvegliate, ma non portano a escludere un ruolo positivo della Cina nella ricerca dei futuri equilibri geopolitici tra Europa, Usa, Russia, India e Asia orientale.
(Sole 24Ore, 27 febbraio 2026)
