• giovedì , 18 Luglio 2024

Spese e tasse, piu’ coraggio nel Def

Difficile stabilire se si tratti di grande o piccola coalizione, ma forse il secondo governo Letta – nato mercoledì scorso da una battaglia parlamentare a viso aperto nella quale le truppe degli sfascisti sono state sbaragliate – può fare le cose che il primo non poteva fare. Il suo intervento davanti alle Camere delinea un’agenda ambiziosa sul fronte sia delle istituzioni sia dell’economia; anche se non potrà fare tutto, può certamente cominciare. Quanto più oserà, tanto più durerà e rafforzerà il suo sostegno tra gli italiani. Per l’economia quel che va fatto si riassume nelle sei raccomandazione del Consiglio europeo, approvate in luglio e sottoscritte dal governo italiano. Molte utili specificazioni sono contenute nel documento di consultazione con l’Italia dell’Fmi appena pubblicato. Vorrei sottolineare tre aspetti cruciali. Il primo è la politica fiscale. La Commissione, il Fondo monetario e il semplice buon senso indicano come priorità la riduzione delle imposte che gravano sul lavoro e l’impresa, spostando i carichi fiscali verso l’imposizione indiretta e i patrimoni. Il clima di campagna elettorale permanente imposto fin qui al governo dal Pdl ci ha portato fuori strada, obbligando il governo a disperdere risorse scarse per cancellare l’Imu sulla prima casa e distribuire somme individualmente trascurabili a proprietari che non ne hanno bisogno. L’unica imposta da cancellare, che era l’assurda applicazione dell’Imu agli opifici strumentali delle imprese, è anche l’unica che non si è riusciti a cancellare. Da gennaio avremo la nuova service tax, che è una buona idea; nel frattempo, l’ultima rata dell’Imu va tolta sulle imprese e va fatta pagare ai proprietari. Se sgravio proprio si vuole, questo può riguardare le prime case di chi non ne possiede altre, o quelle di valore minore. Gettare le risorse nella direzione sbagliata, ora che il tempo del populismo al governo è finito, è un crimine. Invece, serve un programma pluriennale di abbattimento delle imposte sul lavoro: direi, non meno di 20 miliardi di euro, spalmati su tre anni. Le risorse possono venire, oltre che dal contenimento delle spese, dall’allargamento della base imponibile, riducendo la selva di deduzioni e detrazioni che hanno ormai raggiunto l’8 per cento del Pil. La voce più rilevante è costituita dalle aliquote ridotte e super-ridotte dell’Iva, applicate in maniera molto più estesa che negli altri paesi europei: riconducendole a uniformità, si possono reperire risorse significative. Si potrebbe anche innalzare l’imposta sui patrimoni ereditari, che nel nostro paese è molto bassa. Il secondo aspetto da sottolineare è la riforma del settore pubblico, che spreca risorse colossali e frena la crescita con regole e comportamenti distruttivi per l’economia e la società. Naturalmente, occorre frenare le spese. Gli obiettivi della Nota di aggiornamento del Def 2013 sono insufficientemente ambiziosi, occorre almeno puntare ad azzerare la crescita delle spese correnti delle pubbliche amministrazioni, creando più spazio per la spesa in conto capitale; come occorre innalzare gli obiettivi di dismissione di attività patrimoniali per accelerare la riduzione del debito pubblico. La riduzione della spesa pubblica non è realizzabile senza avviare una revisione del perimetro dell’azione pubblica: coinvolgendo i privati nell’offerta di servizi pubblici (garantendo elevati standard di prestazione, seriamente verificati) e accrescendo gli spazi di scelta degli utenti tra i prestatori dei servizi. Ma non basta. Il federalismo all’italiana ha moltiplicato i centri decisionali e i blocchi burocratici. Si deve finalmente attuare la revisione dell’articolo 117 della Costituzione, ristabilendo la primazia dello Stato nella legislazione e riportando alla sua competenza esclusiva le decisioni sulle grandi infrastrutture a rete, il sistema delle comunicazioni, i trasporti. Si deve superare il dannoso sistema dello spoil system, che ha riempito le amministrazioni, a tutti i livelli di governo, di personale scadente e politicamente motivato. Si deve aggredire la complicazione burocratica, riorganizzando in profondità le procedure decisionali e le strutture amministrative (cosa che, al di là degli annunci, nessun governo ha osato fare da decenni). Infine, occorre riprendere il cammino interrotto nella riforma del mercato del lavoro. La strada aperta dal governo Monti era quella giusta, ci siamo fermati troppo presto. Se si vuol davvero riaprire le porte chiuse ai giovani, la priorità (oltre all’abbassamento del costo) è l’introduzione di un nuovo contratto uniforme, all’inizio poco garantito e senza oneri contributivi, poi gradualmente rafforzato nelle garanzie e nei costi. Mentre compete alle parti sociali di accelerare lo spostamento crescente della contrattazione salariale al livello aziendale.

Fonte: Affari e Finanza del 7 ottobre 2013

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