• venerdì , 24 Maggio 2024

Sfoglio il poderoso Pnr, ma non trovo liberalizzazioni e privatizzazioni

La crescita risolve i problemi di bilancio. Ma le politiche per la crescita non hanno un beneficiario diretto. Per questo i politici preferiscono politiche che avvantaggiano interessi organizzati, o che suscitano emozioni, o che hanno visibilità. La ricetta per la crescita invece molto sovente consiste, più che nelle cose da fare, in quelle da non fare.
Promuovono la crescita investimenti redditizi: ma siccome il privato è più efficiente nell’allocare risorse, gli interventi sostitutivi dello Stato sono tendenzialmente negativi. Bene imporre a ENI di vendere Snam Rete Gas: male scegliere di vendere a Terna, non per ragioni industriali a favore di una società delle reti (nessuno ne ha neppure discusso), ma per garantire il controllo pubblico. Si teme che qualcuno si porti via i tubi, o che non obbedisca alle prescrizioni dell’Autorità di settore quanto ad ampliamenti e manutenzioni? Dentro Snam ci sono anche gli stoccaggi, non c’è nessuna ragione di gestirli in monopolio, tanto meno pubblico. Concettualmente sono enormi parcheggi sotterranei pieni di metano anziché di auto: si sente la necessità di fare la società nazionale parcheggi?
Quanto a ciò che si dovrebbe non fare, Parmalat è da manuale: non si dovrebbe ostacolare chi vuole cambiare il management per investire i 3 miliardi che ha in cassa, non forzare a fare il lattaio chi sa far bene il cioccolataio, non obbligare a incesti con un concorrente. Assicurare i produttori che continueranno a vendere latte a prezzo maggiorato rispetto a quello europeo è un vantaggio per il politico, uno svantaggio per la crescita. Difendere i campioni nazionali gonfia il petto di orgoglio, ma priva il Paese di capitali, tecnologie, relazioni degli investimenti diretti esteri.
Parmalat sono “pochi soldi per poche persone”, come disse il Governatore Fazio e come Tremonti certo ricorda: parliamo allora di Cassa Depositi e Prestiti, dove i soldi sono tanti. Usarli per fare prestiti era il suo mestiere: cambiato lo statuto per consentire di prendere partecipazioni dirette, è un mondo di crescita quello a cui si apre? Lo Stato entra nel capitale per surrogare il privato che non vede la convenienza, o per sbarrare la strada al privato che vorrebbe il controllo? Nel primo caso c’è il sospetto di fare investimenti improduttivi, nel secondo la certezza di scoraggiarne di produttivi. Se il pubblico entra nel capitale, verrà la tentazione di non fermarsi all’ economia reale, ma di entrare nelle banche. Nella rievocazione che Tremonti ha fatto dei tempi in cui la finanza italiana voleva dire IRI e Mediobanca, “e” giustappone i diversi o vorrebbe intimamente unirli? Non dissipare questa inquietante prospettiva, questo sì che sarebbe “drammatico”. E’ vero che noi non abbiamo dovuto distogliere risorse dalla crescita per salvare le nostre banche: ma le banche che hanno fallito il precedente stress test erano tutte di controllo pubblico.
Investitore non è solo il finanziere in marsina e cilindro delle vignette, è anche chi ha impegnato il capitale di famiglia nell’aziendina o il proprio capitale umano in una partita IVA. In tutti i casi, per investire ci vuole fiducia. Meritarsela è la prima cosa che può fare un Governo che vuole promuovere la crescita. Fiducia nella affidabilità della Pubblica Amministrazione, e dell’ordine giudiziario che ne fa parte. Fiducia nella certezza del diritto: sacrosanto chiudere il rubinetto delle dissennatezze, suicida farlo, come per gli incentivi alle energie rinnovabili, con effetto retroattivo, o, come per la Robin Hood tax, cambiando le regole del gioco in corsa. Fiducia nel rapporto con il fisco: in attesa di agire sulle aliquote, evitare almeno norme sentite come vessatorie, l’inversione dell’onere della prova, una 231 vaga e punitiva che si presta a qualsiasi tipo di interpretazione, gli oneri esagerati della compliance.
Si potrebbe continuare con la liberalizzazione dei servizi, con la vendita di partecipazioni del Tesoro. Ma non ho ancora finito di leggere tutto il testo governativo: magari ci sono più avanti.

Fonte: Il Foglio del 15 aprile 2011

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