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Serve più coraggio per riavviare un circolo virtuoso

La prima metà del 2011 sarà decisiva per l’euro. Tra gennaio e la primavera sarà messa alla prova la capacità di tutti i paesi critici di finanziarsi sul mercato a costi sostenibili. Già nelle prossime quattro settimane bisognerà collocare titoli governativi della zona euro per 80-100 miliardi. Gli ultimi giorni del 2010 hanno visto tassi in aumento anche sui titoli italiani.
Per tutti nei prossimi mesi ci saranno difficoltà, turbolenze e delusioni. Ma alla fine dovrebbe prevalere la principale lezione del 2009-2010: i costi politici e finanziari di un fallimento della moneta unica sono troppo alti perché i governi – anche quello tedesco – non continuino a intervenire. Lo faranno tuttavia imponendo delle “condizioni” che rendano tollerabili i costi degli aiuti per i paesi finanziatori e che li garantiscano dal non ripetersi di rischi di insolvenza in futuro.
Per l’Italia, che finora è ben riuscita a tenersi al riparo dalla crisi più acuta, le implicazioni del dopo-crisi sono molto impegnative, vanno al cuore della vita pubblica e dovrebbero rappresentare la piattaforma di ogni riflessione politica.
Il cantiere europeo delle “condizioni” a carico dei paesi deboli è aperto e la struttura a cui si lavora può essere completata in pochi mesi. Grecia, Irlanda e Portogallo saranno isolati finanziariamente attraverso le risorse già previste dagli ultimi Consigli europei e da quelle che è in grado di muovere la Banca centrale europea. Entro il 2013 dovranno ridurre gli squilibri e le inefficienze rendendo credibile il finanziamento dei loro debiti. Spagna, Italia e Belgio dovranno rassicurare da sé i mercati, con impegni fiscali stringenti per la riduzione nel medio termine del debito pubblico. I meccanismi di risoluzione della crisi saranno resi permanenti, ma a essi si aggiungeranno sistemi di sorveglianza che terranno d’occhio in ogni paese oltre alla finanza pubblica anche l’andamento dei prezzi, il costo del lavoro, gli indici di produttività e gli squilibri con l’estero. Altri elementi di coordinamento politico riguarderanno il fisco, alcune riforme di struttura e il sistema finanziario.
Dentro questa cornice c’è il quadro attuale dell’Europa con i paesi attorno alla Germania e nel nord che hanno riformato i mercati, aperto i confini, investito in conoscenza e che crescono al 3-4%, e gli altri paesi che invece arrancano. Questi ultimi devono aumentare la produttività e possono farlo in due modi diversi: riforme oppure deflazione.
Perché questi ragionamenti non sembrino astratti, basta consultare l’ultimo rapporto del Fondo monetario sul programma di risanamento dell’economia greca (www.imf.org/external/pubs/ft/scr/2010/cr10372.pdf). Nel suo ottimismo è una testimonianza impressionante di quanto occorra per recuperare la competitività perduta. L’economia greca sta rimpicciolendosi, i redditi reali sono erosi dalle tasse dirette e indirette, un secondo round di riforme strutturali è in cantiere e i tagli alla spesa pubblica sono ingenti. Ma il piano prevede che la crescita torni al 4% nel 2015 e il debito scenda al 90% nel 2019. Si dirà che l’Italia è messa molto meglio della Grecia.
Ed è vero, ma la natura delle sfide non è molto diversa: analoga la perdita di competitività, analoghi i volumi del debito pubblico in rapporto al Pil. Anche se le imprese e le famiglie italiane sono molto più solide di quelle greche, le ricette politiche non sono tanto diverse.
Dall’autunno inoltre sono un po’ peggiorate le previsioni di crescita dell’economia italiana e ultimamente è aumentato il costo di finanziamento del debito. Il governo si è impegnato a ridurre il disavanzo dal 5% del Pil al 2,7% entro il 2012 – si tratterebbe del punto di svolta per il debito che dal 2013 tornerebbe a scendere sul Pil -, ma se davvero la crescita dovesse essere più debole del previsto anche le entrate fiscali ne risentiranno. In questo senso i due problemi italiani – alto debito e bassa crescita – si legano: le gravi debolezze strutturali hanno portato a una severa perdita di competitività e a tassi di crescita poco sopra lo zero. Questo rende difficile ridurre il debito.
La capacità di governare-riformare l’economia italiana sarà dunque parte integrante della difesa del paese, oggi dai venti della crisi e domani da un doloroso aggiustamento deflazionistico.
In un certo senso l’aggiustamento interno alla struttura dei prezzi è in corso da dieci anni in Italia: la differenza tra la forte perdita di competitività misurata in termini di costo del lavoro e quella molto minore in termini di prezzi all’export rivela che all’interno della società italiana sono in atto profondi conflitti tra lavoro ufficiale e lavoro non ufficiale, tra settori emersi e sommersi, tra attività domestiche e quelle esposte alla concorrenza internazionale, tra risorse che servono solo a controllare il consenso di oggi e quelle necessarie agli investimenti del domani. È la via conflittuale alla sopravvivenza italiana nella globalizzazione. Ma il risultato è un paese che non cresce, in cui queste quotidiane guerre di logoramento creano un clima di sospetto e talvolta di abuso che si rispecchia perfettamente nel linguaggio politico e in quello ormai sintonico dei media e infine degli individui ridotti all’incattivimento e alla frustrazione.
Come si vede a questa catena dolorosa non mancano anelli: i governi non riformano, il paese non cresce, la lotta per sopravvivere incattivisce il discorso pubblico e la politica cavalca le divisioni evitando di governare, riavviando nuovamente il circolo vizioso. Quella che è una sensazione di confusione polemica senza respiro, un disegno impressionistico, è in realtà proprio la vera fotografia del paese.
Grecia e Irlanda ne usciranno grazie all’Europa, ma di fatto sospendendo la democrazia rappresentativa e sostituendola – con un gradimento dei cittadini, si badi, molto maggiore del previsto – con organismi tecnici: la Commissione europea, la Banca centrale europea, il Fondo monetario internazionale. Era in fondo una facile profezia: la crisi finanziaria sarebbe diventata una crisi economica e questa a sua volta avrebbe prodotto una crisi della società che, se non fosse stata affrontata con coraggio, avrebbe infine prodotto una crisi della politica. Il 2011 è l’ultimo anno per evitarlo.

Fonte: Sole 24 Ore del 3 gennaio 2011

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