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Se l’ambientalista cambia lessico

Con la crisi è più facile parlare di qualità dell’ aria o del cibo anziché di effetto serra.
I mesi più freddi dell’ anno che, in realtà, sono stati tiepidi e senza neve. Central Park in fiore già a metà marzo. New York e gran parte degli Stati Uniti si mettono alle spalle, increduli, un inverno straordinariamente mite. Sorpresa piacevole, ma anche allarmante. E infatti, dopo cinque anni di continui cali, i sondaggi dicono che il numero degli americani preoccupati per l’ «effetto serra» per la prima volta nei mesi scorsi è risalito, sia pure di poco. Ma un decennio di scetticismo e divisioni crescenti ha lasciato un segno che ora è stato appena intaccato: non solo il numero dei cittadini convinti che la Terra abbia un problema di global warming è sceso, a partire dal 2000, dal 79 al 59 per cento di un anno fa (per risalire ora poco sopra il 60), ma è sempre più profonda la polarizzazione dei giudizi: il 70 per cento dei democratici teme l’ impatto del riscaldamento del pianeta, mentre i repubblicani con la stessa preoccupazione in dieci anni sono scesi dal 50 al 30 per cento. E non tutti quelli allarmati dall’ «effetto serra» sono convinti che sia provocato dall’ uomo. Argomenti scientifici insufficienti? Scienziati asserragliati nella loro «torre d’ avorio»? «Verdi» incapaci di comunicare efficacemente? Le organizzazioni degli ambientalisti non hanno trovato una risposta convincente, ma hanno preso atto della scarsa popolarità delle loro parole d’ ordine. E allora, per cercare di ricreare un minimo di consenso sui rischi dell’ «effetto serra», hanno mandato in soffitta il vecchio lessico infarcito di termini come «mutamenti climatici», «riscaldamento globale», «cap and trade» (la formula di controllo e penalizzazione delle emissioni di CO2 utilizzata dall’ Europa, ma bocciata due anni fa dal Congresso di Washington), cercando di ricorrere ad argomenti più vicini alla vita di tutti i giorni: salute, prezzo della benzina, qualità del cibo che si mette in tavola. Così le organizzazioni per la tutela dell’ ambiente hanno cominciato a collegare lo scioglimento dei ghiacciai polari al peggioramento della qualità dell’ aria che provoca una anomala diffusione dell’ asma tra i bambini. E gli standard governativi che impongono alle case automobilistiche di costruire motori a basso consumo (bruciano di meno ma costano di più per via dell’ investimento in tecnologia) vengono presentati come un’ occasione per risparmiare soldi dal benzinaio e per ridurre la dipendenza energetica Usa dall’ estero, più che come un modo per ridurre l’ inquinamento. «Parlare di cambiamenti del clima», sospira il direttore del Sierra Club, Toni Cani, «è difficile», soprattutto in tempi di crisi economica. Meglio allora parlare al portafoglio, occuparsi della salute. O della tavola, col ritorno dei movimenti che propongono cibi prodotti localmente contro quelli industriali delle multinazionali dell’ alimentazione e contro le culture Ogm che finora negli Usa non avevano subito contestazioni accese.

Fonte: Corriere della Sera del 23 marzo 2012

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