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Rivoluzione industriale

L’evoluzione storica del rapporto tra Confindustria e Governo ha giocato un ruolo di primo piano nell’insofferenza delle imprese nei confronti del governo. L’associazone degli imprenditori, infatti, negli anni ha cambiato pelle: da lobby istituzionale, volta a incentivare le migliori condizioni per tutte imprese, a lobby dello scambio, con un sostegno politico aprioristico, ottenendo vantaggi solo per alcune categorie.
C’è in giro un’aria da “rivoluzione industriale”, intesa non come emersione di imprese innovative (magari), ma come rivolta degli industriali nei confronti di questo Governo e della politica. Gli imprenditori, piccoli e grandi, industriali e finanzieri, del Nord e del Sud, sembrano non poterne più di questa politica e lo dichiarano in modo plateale. Le associazioni delle imprese (Confindustria, Abi, Ania, ecc.) hanno presentato un vero Manifesto che sottolinea l’incapacità di questo Governo e minacciano (la Confindustria) di rifiutarsi di sedere al tavolo delle parti sociali per gli incontri con il Governo.
Diego Della Valle (poi imitato da altri) ha comprato una pagina di pubblicità sui principali quotidiani nazionali per denunciare la cattiva politica in questo paese. I costruttori hanno fischiato il Ministro per le Infrastrutture Matteoli alla loro Assemblea. I giovani imprenditori hanno dichiarato di non voler più invitare i politici al loro convegno di Capri. Ovunque si parli con imprenditori, è un alzare gli occhi al cielo per la disperazione. Non ci meraviglieremmo se, tra poco, vedremo gli imprenditori issare le tende davanti al Parlamento, come dei veri indignados!
Perché questa perdita di fiducia nel governo Berlusconi, dopo averlo ampiamente sostenuto? In realtà la domanda corretta dovrebbe essere: perché è stata data all’inizio tanta fiducia a un governo ancor prima di vederlo all’opera? La risposta sta nel cambio di natura che le associazioni degli imprenditori hanno avuto in questi anni Duemila. Prima la Confindustria (che rappresenta l’organizzazione più tipica degli imprenditori) era governativa (definizione di Giovanni Agnelli) e apartitica (definizione di Luigi Abete). Significava che Confindustria aveva con i governi un rapporto istituzionale e non preconcetto. Dialogava con tutti i governi eletti democraticamente, ma non li sosteneva politicamente e manteneva le sue posizioni in tema di politica per le imprese, indipendentemente dal partito al governo. Insomma, faceva una lobby istituzionale, volta a favorire le migliori condizioni generali per le imprese.
Con gli anni Duemila è avvenuta la trasformazione in una associazione di lobby di scambio, disponibile a concedere un sostegno politico aprioristico in cambio di specifiche leggi aventi anche un carattere simbolico o urgenti per alcune categorie di imprese. E così abbiamo avuto l’intesa con il governo Berlusconi per l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (che fece dire a Berlusconi che il programma della Confindustria di D’Amato era anche il suo). Poi l’impegno del Governo Prodi per la riduzione del cuneo fiscale (mantenuto da parte del governo, ma che non convinse la Confindustria i cui iscritti sono tendenzialmente a destra). Infine lo scambio con il successivo governo Berlusconi per il depotenziamento delle leggi ambientali in Europa e in Italia. Berlusconi si è identificato con gli imprenditori e la Confindustria non ha fatto molto per prenderne le distanze.
Tranne la vivace resistenza a Vicenza nel 2006 guidata da Della Valle e rintuzzata dalle truppe dei politicanti di Forza Italia entrati al seguito di un Berlusconi apparso improvvisamente al convegno di Confindustria, dopo che aveva declinato l’invito per presunte malattie.
Ma la logica dello scambio non paga, perché obbliga gli imprenditori a sostenere il governo in modo acritico, quasi fossero parte di un partito politico. E siccome i governi degli ultimi dieci anni (i due governi Berlusconi, perché quello di Prodi è morto prematuramente) non hanno certo brillato per capacità di risoluzione dei problemi italiani, il sostegno iniziale degli imprenditori ha finito per trasformarsi in rabbia e in denuncia.
Questa volta la rabbia esce dai pori, perché il Governo Berlusconi fino al giugno scorso parlava di ridurre le tasse. Poi, in pochi giorni, ha dovuto ammettere i suoi errori e fare una manovra improvvisata per tagliare quasi 60 miliardi di disavanzo pubblico. Il risultato è stato un aumento delle tasse come mai era avvenuto nel nostro paese, per opera di chi affermava che non avrebbe mai messo le mani nelle tasche degli italiani! Intanto il paese è deriso nel mondo, l’economia declina e la finanza internazionale rischia di farci saltare.
La lobby dello scambio, praticata da Confindustria attraverso un supporto dato o negato ai governi, non produce buoni risultati e porta anche a spaccature tra i membri dell’associazione.
La Fiat di Marchionne è uscita clamorosamente da Confindustria accusandola di fare politica, perché ha sottoscritto manifesti contro il governo e perché non avrebbe sostenuto abbastanza una legge scritta proprio per la Fiat: il famoso articolo 8 della manovra finanziaria che consente nei contratti aziendali deroghe persino nei confronti di leggi dello Stato. Un articolo scritto dal Ministro del Lavoro Sacconi che, così, è riuscito a spaccare Confindustria dopo aver spaccato i sindacati!
L’uscita della Fiat non appare motivata, ma è il sintomo di un rischio di sfaldamento. Un rischio da evitare perché potrebbe portare imprese e associazioni di Confindustria a farsi la propria lobby autonomamente. Infatti, se l’obiettivo di una associazione è lo scambio con la politica, ognuno può pensare di poterlo fare meglio da solo, senza il peso di altri interessi.
Questo vale per le imprese pubbliche che sono in Confindustria e mal si adattano a posizioni di contrasto aprioristico con il governo. Ma questo vale anche per le più grandi associazioni territoriali (Torino, Milano, Roma, Treviso) e per quelle di categoria (come la neonata Confindustria Digitale) che potrebbero aver voglia di rappresentare anche quelle imprese, come la Fiat, che escono da Confindustria ma vogliono rimanere in alcune delle sue articolazioni.
Per evitare un tale rischio e per ricomporre la frattura è necessario, a mio avviso, che Confindustria abbandoni la logica dello scambio, che può andar bene per associazioni di interessi specifici ma non per un’associazione di tutte le imprese, e torni a essere una lobby istituzionale di sistema. Una lobby che punti al bene del paese, che è anche il bene delle imprese.

Fonte: Espresso del 14 ottobre 2011

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