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Riformare le istituzioni o l’Italia non ce la fara’

Scrivo da Bruxelles, dove mi trovo da un paio di giorni per le riunioni annuali del Ceps, uno dei maggiori think tank brussellesi. Il tema dell’ incontro è l’ unione politica, nelle tre articolazioni dell’ unione bancaria, economica e politico-istituzionale. Il risultato delle elezioni italiane continua ad emergere nella discussione come l’ esempio precipuo degli ostacoli da superare per fare avanzare la costruzione europea, o evitare che si rompa. L’ ostacolo più visibile, già da solo piuttosto impervio, riguarda la sostenibilità delle politiche di austerità in un contesto economico e sociale in rapido deterioramento. Di austerità ovviamente c’ era bisogno, ma la crisi di fiducia sui mercati finanziari e il timore dei paesi virtuosi del Nord di dover pagare per i nostri debiti hanno imposto una cura da cavallo che si sta rivelando in parte controproducente, perché aggrava i problemi di sostenibilità del debito pubblico. L’ opinione pubblica si ribella (non solo da noi, ma in tutto il “Mezzogiorno” dell’ Unione); la ribellione si volge insieme verso le classi politiche nazionali, già molto screditate, e verso l’ Europa e l’ integrazione, identificate come la causa dei nostri guai invece che la fonte del rimedio. Così, la rivolta diventa insieme anti-politica a anti-europea, in una miscela potenzialmente esplosiva. segue a pagina 10 segue dalla prima Ma, per quanto difficile, questo è solo l’ ostacolo superficiale. Quello profondo, il più pericoloso, nasce dalla divergenza nella qualità delle istituzioni e, perciò, nella capacità di governo. In un suo commento pubblicato sul sito ceps.eu a fine 2011, Daniel Gros notava che la vera divergenza tra l’ Italia e i paesi del Nord (Germania, Benelux, paesi Nordici) riguarda la capacità di governo, l’ applicazione delle leggi ( the rule of law ) e il controllo della corruzione; nel passato decennio la distanza è aumentata. In uno studio analogo esteso anche ad altri paesi del Sud (Spagna, Portogallo e Grecia), pubblicato nel marzo 2012 (sul sito voxeu.org), Andrea Boltho e Wendy Carlin concludevano che la distanza nella qualità delle istituzioni costituisce la vera minaccia per la sopravvivenza dell’ euro. Gli esempi addotti a conferma della tesi riguardano, ancora una volta l’ Italia: che quando le cose andavano bene ha dissipato i guadagni del calo degli interessi sul suo debito pubblico legati all’ adozione dell’ euro (mentre il Belgio li sfruttava per realizzare un calo del rapporto debito/pil di trenta punti percentuali); e ha mantenuto aumenti salariali ben superiori alla produttività per gran parte del decennio scorso (mentre la Germania faceva l’ opposto), accumulando un gap di competitività dell’ ordine del 25 per cento. Voglio ricordare anche una relazione recente di Sabino Cassese (“La qualità delle politiche pubbliche, ovvero del metodo nel governare”, preparata per Italia Decide), nella quale egli conclude che il nostro sistema di governo è caratterizzato da “primitivismo organizzativo, rudimentalità delle procedure, insufficienze del personale, scarso ricorso a tecnologie informatiche, arcaicità del disegno complessivo: un anacronismo rispetto agli altri governi moderni”. Di questo i nostri governi si occupano poco e solo sporadicamente; la loro azione si concretizza perlopiù nell’ approvazione di “leggi-bandiera” da agitare davanti alle proprie constituency , della cui applicazione poi si disinteressano; e nelle elargizioni dissipatorie al proprio elettorato. Dunque, siamo un paese inefficiente, corrotto e privo di capacità di governo, ma soprattutto irresponsabile. Quando non siamo con le spalle al muro, ci spendiamo anche la camicia, tra il generale consenso; quando andiamo a sbattere contro il vincolo delle risorse, l’ opinione pubblica si ribella alla resa dei conti e i partiti cercano di scaricare le colpe all’ esterno. Appunto, sull’ Unione europea e l’ integrazione, che invece sono al nostra ancora di salvezza. Si capisce bene perché il problema che dobbiamo risolvere sia così complicato. Con la sola, ma rilevante, eccezione del professor Monti, i partiti maggiori non hanno una diagnosi delle ragioni della bassa crescita, né sono disposti ad affrontare i veri nodi dei nostri problemi: un mercato del lavoro dualistico nel quale chi è fuori, non protetto, non può entrare; un sistema pubblico nel quale l’ occupazione corporativa e politica impedisce qualunque cambiamento; un sistema istituzionale che nega la governabilità. In questo quadro, l’ irruzione in scena del Movimento 5 stelle non è necessariamente un male: perché obbliga finalmente i partiti tradizionali a prendere sul serio il tema della moralità pubblica e dell’ occupazione partitica delle istituzioni; ma soprattutto perché rende ineludibile il tema della modifica delle istituzioni per ristabilire la governabilità. Dunque, appena i fumi della campagna elettorale saranno dissipati, tutti potranno vedere chiaramente che una via d’ uscita esiste, anzi che vi è ovviamente una sola via d’ uscita: occorre una proposta politica che ponga al centro dell’ azione di governo il risanamento delle istituzioni, attraverso un’ azione non solo di profonda moralizzazione e riduzione dei costi della politica, ma di riordino delle istituzioni di governo in funzione dell’ efficienza e della qualità. Il primo ingrediente è una legge elettorale a doppio turno, la sola capace di dare stabilità ai governi. Poi vengono gli interventi di correzione del nostro bicameralismo perfetto, il rafforzamento dei poteri del presidente del consiglio, il passo indietro della politica dall’ occupazione militare di amministrazioni, enti e società pubbliche. Su questi temi, un accordo tra forze anche diverse non è impensabile; sono temi che Grillo e il suo movimento non possono respingere. Naturalmente, serve un accordo politico, perché i mercati finanziari e le istituzioni europee non si contenterebbero di un governo senza fiducia affidato al voto del parlamento su singoli provvedimenti. L’ accordo non può prescindere dal profondo, radicale rinnovamento del personale politico, senza il quale il disegno non sarebbe credibile. Se poi, con un poco di lucidità, si aggiungessero alcune misure minime per dare ossigeno all’ economia – ad esempio, la liquidazione dell’ enorme debito accumulato dalla amministrazioni pubbliche nei confronti delle imprese, riconoscendo l’ esistenza dei quel debito anche a fini di Eurostat, e qualche misura d’ impatto sull’ occupazione ecco che allora un governo di facce nuove e programma ristretto, ma ben focalizzato, potrebbe anche durare, evitando un ritorno suicida alle urne e ottenendo la fiducia anche dei mercati. Evitando, nel frattempo, di sparare contro l’ Europa, che non è la colpa dei nostri guai; anzi, facendo qualcosa che migliorerebbe la nostra capacità di stare nell’ Unione come un paese adulto, invece che sempre bisognoso di tutele esterne.

Fonte: Repubblica del 4 marzo 2013

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