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Questo secolo può ancora essere europeo

Il 13 maggio scorso ad Aquisgrana la cancelliera tedesca Angela Merkel accese un sorprendente fascio di luce sulla sua visione dell’Europa. Merkel stava consegnando il premio Charlemagne al premier polacco Donald Tusk, nel pieno del terremoto finanziario greco. La crisi dell’euro – osservò Merkel – non è una delle solite crisi. Si tratta del test più importante per l’Europa dalla firma dei Trattati di Roma. Un test esistenziale. Se falliremo, le conseguenze saranno incalcolabili. Se avremo successo, l’Europa ne uscirà più forte che mai.
Si trattava di parole così inattese da cogliere del tutto impreparata la stampa internazionale. Per avere successo, continuò la cancelliera che aveva riscritto di proprio pugno il testo preparato dai suoi collaboratori, dobbiamo confrontarci con più onestà con le sfide reali, trarne conseguenze giuridiche vincolanti e legare le nostre politiche economiche e finanziarie più strettamente che mai. Dobbiamo anche prendere iniziative oltre la sfera economica, per esempio pensando a un esercito europeo. Infine dobbiamo avere presenti i nostri principi e i nostri valori: la democrazia, la protezione dei diritti umani e una crescita sostenibile.
Alla luce delle parole della Merkel, l’analisi di Charles Kupchan, pubblicata ieri su queste colonne, che annuncia la morte dell’integrazione europea, sembra vittima della fatica con cui, non solo negli Usa, si scende sotto la complessa superficie europea. Può sembrare provocatoria una sentenza di morte sui destini europei che proviene proprio dagli Stati Uniti, avvinti da una crisi economica così profonda da sfigurarne identità e futuro, ma per sua natura l’Europa soffre di una maggiore indefinitezza, è fin dal suo concepimento un viaggio in cerca di una destinazione. E Kupchan a proprio merito coglie tre elementi reali: la rinazionalizzazione delle politiche, la crisi di consenso e i problemi dell’economia.
Per non farsi fuorviare da questi tre elementi è necessario però partire dal ruolo della Germania. La crisi infatti ha segnato uno spostamento di leadership dalle istituzioni comuni di Bruxelles verso Berlino; la posizione tedesca riflette più di ogni altra il problema del consenso democratico (la quota dei tedeschi che hanno fiducia nell’Europa è scesa dell’11% in un anno e per la prima volta perfino la Banca centrale ha in media giudizi negativi); e infine la forza economica tedesca dimostra sia le opportunità europee sia l’importanza dell’euro. La conclusione di Merkel ad Aquisgrana fu infatti tutt’altro che un epitaffio: «Il XXI secolo può ancora essere il secolo europeo».
Per capire quanto sia stata decisiva l’influenza tedesca durante la crisi è necessario partire dal comunicato del Consiglio europeo dell’11 febbraio 2010. La crisi greca è in pieno svolgimento e si moltiplicano gli appelli ai paesi economicamente più forti affinché dimostrino solidarietà al paese in difficoltà. Ma nel comunicato la parola solidarietà non compare. Il neoeletto presidente del Consiglio Herman Van Rompuy asseconda la posizione di Berlino, che sottolinea le responsabilità della Grecia e riconosce il coinvolgimento di tutti i paesi in ragione del loro interesse alla solidità dell’euro. Quel giorno cambia la retorica europea: interesse nazionale anziché solidarietà comune. È quanto aveva imposto la Corte di Karlsruhe a metà 2009 nella famosa sentenza sul Trattato di Lisbona, nella quale sostiene che le basi della legittimità democratica non sono europee ma nazionali e che quindi la partecipazione all’Unione Europea non può violare gli interessi dei cittadini tedeschi. La stessa Corte nel ’98 aveva posto a condizione della partecipazione tedesca all’euro il fatto che l’Unione monetaria fosse un’iniziativa «orientata alla stabilità» della moneta. Le stesse parole-chiave del comunicato Ue: «interesse per la stabilità».
Tra il Consiglio di febbraio e quello di fine marzo Merkel assume l’iniziativa europea, mettendo del tutto ai margini il presidente della Commissione europea Barroso e infine lo stesso Van Rompuy. Le decisioni del Consiglio vengono prese tra Parigi e Berlino con il cruciale ruolo intermedio del presidente della Bce, Jean-Claude Trichet. Nel duro confronto tra le due capitali tuttavia si fa largo la logica di una più stretta cooperazione e di una governance economica dell’euro. Ad aprile la lentezza con cui procedono le decisioni europee, più volte denunciata da Trichet, lascia terreno aperto all’attacco dei mercati, convinti che l’impegno politico di Berlino nei confronti dell’Europa sia sempre più debole e che la solidarietà stia definitivamente per rompersi. Si tratterà di un errore di valutazione. Le decisioni d’inizio maggio creano una struttura di aiuto comune che frenerà la crisi greca. L’euro si dimostrerà «la pietra angolare della costruzione europea il cui abbandono – dirà ancora la Merkel a Berlino – porterebbe danni incalcolabili».
Alla Germania l’euro porta d’altronde vantaggi calcolabili. Helmut Schmidt lo aveva intuito nel ’78 avviando l’integrazione monetaria insieme a Valéry Giscard d’Estaing. Oggi, per la prima volta l’export tedesco non può essere fermato dalle rivalutazioni del marco in passato imposte in quattro diversi casi dagli Stati Uniti. Tutti i paesi europei, per i quali il successo tedesco è sia bastone sia carota, si avvicinano al modello di politica economica della Germania: maggiore disciplina fiscale, riforme strutturali a controllo dei divari di competitività, creazione di un meccanismo di risoluzione delle crisi e rafforzamento del coordinamento economico. Si tratta dei punti in agenda della task force guidata da Van Rompuy che presenterà i risultati nei prossimi mesi. Agli stati nazionali è richiesta più – non meno – responsabilità, ma ciò risponde al comune interesse ed è sottoposto a comune controllo. Paradossalmente l’interesse richiede più vicinanza della solidarietà.
Ma a differenza della solidarietà, gli interessi di per sé non rappresentano una narrazione politica dell’Europa che possa catturare il consenso dei cittadini. Per esserlo, per uscire dalla dimensione nazionale, egoistica o protezionistica, devono essere qualificati: interesse per la stabilità, per la crescita, per la democrazia e così via.Anche gli interessi dunque hanno bisogno di una dimensione politica.
Il cantiere è infatti ancora aperto. A luglio è stato trovato un accordo sul servizio diplomatico comune, mentre forme di gestione delle crisi economiche diventeranno permanenti. Una nuova riflessione sul mercato interno è stata aperta da Mario Monti e nuovi progetti riguarderanno il bilancio comune. Infine l’area dell’euro ha assunto maggiore centralità. In altre parole, la crisi e le sue conseguenze hanno mostrato ai paesi europei un nuovo duro volto della globalizzazione. Gli stati hanno compreso le virtù e gli oneri dell’euro e ora stanno ridefinendo gli interessi comuni. Ci vorranno forse nuovi Trattati, come ha ammesso proprio Angela Merkel, e nuove dimensioni della politica delle quali forse non conosciamo ancora il giusto nome. La crisi non ha segnato, come dice Kupchan, la fine del tempo dell’Europa, forse al contrario ha girato la clessidra.

Fonte: Sole 24 Ore del 2 settembre 2010

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