• venerdì , 24 Maggio 2024

Profumo di elezioni

E’ diventata «più intelligente» la legge di stabilità? Bisogna vedere dal punto di vista di chi. Certo alcuni ritocchi imposti al governo dalla sua maggioranza, come la non retroattività di certe misure fiscali, paiono opportuni.
Ma, per quanto se ne può già capire, la logica delle modifiche chieste dai partiti si riassume in poche parole: sotto elezioni, nelle tasse è meglio toccare il meno possibile.
Lo scambio tra più Iva e meno Irpef, sul quale nemmeno il governo era coeso, nasceva da un ragionamento benintenzionato ma un po’ astratto, uscito per l’appunto dalla testa di tecnici. Il buonsenso spicciolo dei partiti suggerisce che se si riducono le tasse ad alcuni cittadini e le si aumentano ad altri, le proteste di chi paga di più in genere sovrastano i sospiri di sollievo di chi paga di meno.
A saperlo meglio di tutti è il centrosinistra. L’introduzione dell’Irap dal 1998, in sostituzione di svariate imposte differenti, nelle grandi cifre si risolse in uno sgravio, mentre nella memoria del Paese viene perlopiù ricordata come un aggravio.
Tanto più oggi, quando il consenso nei partiti tradizionali appare in rapida frana, chi fa parte dell’attuale maggioranza ragiona così: quelli a cui togliamo di sicuro si vendicheranno, quelli a cui diamo probabilmente non ci diranno grazie. Dunque via lo sgravio all’Irpef, sparso su una platea troppo vasta per essere avvertito, purché si ridimensioni l’intervento sull’Iva, che alimenta le paure di non arrivare a fine mese.
Dopodiché si tenterà di mostrare che si sono accolte richieste particolarmente meritevoli: gli imprenditori, i lavoratori a basso reddito, le famiglie numerose, e via enumerando secondo i target elettorali di ciascuno. I dettagli dell’intesa governo-partiti non sono ancora chiari, ma se come Mario Monti e Vittorio Grilli continuano ad assicurare i saldi della manovra restano invariati, non ci sarà da largheggiare per nessuno.
Certo, maggiori detrazioni per lavoro dipendente faciliterebbero il dialogo tra sindacati e imprese meglio di un intervento generico sull’Irpef: ma occorrerà capirne la dimensione. Quanto a rivendicare di aver messo nella manovra qualcosa di più e meglio, per carità. Ricette valide «per lo sviluppo» non sembra possederle nessuno al mondo; e se perfino Barack Obama e Mitt Romney si sfidano riscaldando minestre di ieri o dell’altroieri, figuriamoci i partiti nostri.
Viene osservato a ragione che il movimento guidato da Beppe Grillo non ha un programma, salvo una serie di slogan perlopiù irrealizzabili e talvolta contraddittori. Ma diventa possibile fare politica in questo modo quando gli altri un programma fanno solo finta di averlo; già stentavano a definirlo prima, adesso con gli elettori che scappano non è davvero aria di prese di posizione precise.
Nelle ultime settimane il governo Monti ha ripreso l’iniziativa, dopo una fase in cui sembrava appannato. Ma più ci si avvicina al voto più diventa difficile toccare qualcosa; si rafforza il ricatto dei gruppi di interesse agguerriti pur se poco numerosi (risulta che qualcuno in Parlamento abbia levato la voce contro i 160 milioni agli autotrasportatori, sussidio che perpetua l’inefficienza del settore?).
A distanza di oltre un decennio, scopriamo che la promessa di un «nuovo miracolo italiano» era una accattivante trappola per nascondere finché possibile il declino che cominciava. Oggi appare seducente buttare via tutto cambiando in blocco una classe dirigente che ha fallito. Ma il partito del «no a tutto» non sarà per caso un’altra – più aggiornata – maniera per far muro contro le novità che irrompono dal mondo?

Fonte: la Stampa del 1 novembre 2012

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