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Poca unione in Europa

Tutti sappiamo che l’ultimo vertice informale dei capi di governo dell’Eurogruppo era stato convocato per definire la “risposta complessiva” alla crisi: un patto di stabilità più rigoroso; un meccanismo permanente di sostegno ai paesi in difficoltà; un patto per la competitività. Dagli spiragli dell’accordo si vede però anche la personalità politica che l’area dell’euro sta assumendo.
Il meccanismo di sostegno a Grecia e Irlanda ha ora un profilo finanziario simile a quello dei ricorsi al Fondo monetario internazionale (Fmi).<
Il livello dei tassi d’interesse a cui il fondo attuale (Efsf) e il successore (Esm) presteranno denari ad Atene non sarà più al livello attuale punitivo di 300 punti base. Sarà per ora di 100 punti più basso, ma è ulteriormente riducibile in futuro avvicinandosi appunto al costo del prestito dell’Fmi. Si tratta di una sorpresa se si pensa alla resistenza tedesca a tassi che potessero essere “concessivi” o “non punitivi” come Berlino riteneva indispensabile per aggirare il rifiuto della Corte costituzionale di autorizzare salvataggi di altri paesi. Ma il significato della decisione era già chiaro nella dichiarazione dell’ultima riunione del Partito popolare europeo, svoltasi a Helsinki ma cotta e apparecchiata da Berlino: «Incoraggiamo una revisione periodica dell’assistenza europea e internazionale che può portare a possibili emendamenti dei pacchetti di aiuto già in atto». Più avanti il documento spiega che man mano che i paesi raggiungono i risultati a loro richiesti le condizioni dell’aiuto miglioreranno.
Chi distribuisce le carote? Chi agita il bastone? E in base a quali criteri? Mentre il Fondo monetario risponde a precise regole, nel confronto interno al Consiglio europeo prevale il negoziato politico. Ma che il bastone ce l’abbiano in mano i paesi creditori a tripla A non c’è dubbio. George Papandreou è tornato a casa con un pacchetto equivalente a 6 miliardi di euro di sconto sul costo degli aiuti a condizione di mantenere la promessa di privatizzare proprietà statali greche per 50 miliardi entro un tempo irrealisticamente breve. Il piano di vendite era previsto, ma ora sarà difficile per Atene sottrarsi. Enda Kenny, il nuovo premier irlandese, al contrario non ha avuto aiuti perché non si è «impegnato costruttivamente nel tema dell’armonizzazione fiscale», cioè per non aver negoziato sul dumping fiscale irlandese nella tassazione d’impresa (entro la quale si produsse la catastrofe della banca tedesca Hre). Giusto, credo, ma su che base legale poggia la decisione?
Il messaggio è abbastanza chiaro: i sei paesi più solidi, a tripla A, che finanziano in prima battuta l’Efsf, pongono condizioni ai paesi deboli anche di natura politica e non necessariamente in base a sola logica economica. Queste condizioni avvicinano i modelli di tutti i paesi a quelli dei paesi solidi. Il beneficio di questi ultimi (per esempio meno concorrenza fiscale) viene ripagato accompagnando i paesi deboli verso la sicurezza finanziaria. In tal modo si evita che paesi dell’euro ristrutturino i loro debiti, destabilizzando tutta l’area. Si evita anche che i prestiti dei paesi creditori attraverso l’Efsf non vengano ripagati e che le banche creditrici – quasi tutte dei paesi a Tripla A – subiscano perdite. Un affare troppo buono per essere un buon affare?

Fonte: Sole 24 Ore del 18 marzo 2011

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