• sabato , 18 Maggio 2024

Per convincere Berlino sugli Eurobonds viriamoli alla crescita

Da 40 anni il termine “Eurobond” appare periodicamente, e in varie guise, nella galassia delle sigle europee. L’ultima versione, che ha sollevato una levata di scudi da parte di politici ed economisti tedeschi (ieri Kai Carstensen e Michael Huther lo hanno spiegato al Foglio), si riferisce a strumenti finanziari diretti a “socializzare”, all’interno dell’unione monetaria, nuove emissioni di debito pubblico. Anche la proposta di “EuroUnionBond” avanzata ieri da Romano Prodi e Alberto Quadro Curzio sul Sole 24 Ore, come pure quella presentata nel 2010 dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti e dal presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker, ha come obiettivo primario la socializzazione del debito in un quadro di solidarietà e maggiore integrazione europea. La percezione di chi si oppone al progetto è che gli Eurobond comporterebbero così un aumento del costo del denaro pure ai paesi virtuosi e opererebbero come “sanatoria” per quelli più propensi al vizio. Non è detto che tale timore sia giustificato, ma in economia e finanza le percezioni sono più importanti della realtà; ergo, è stato eretto un vero e proprio muro contro la proposta.
Senza Eurobond sarà però difficile attivare quel processo di crescita di cui tutta l’Eurozona ha esigenza non solo per ridurre lo stock del debito in rapporto al pil ma anche per contenere un tasso di disoccupazione che nell’area si aggira sul 10 per cento della forza lavoro e tende a crescere. Lo hanno documentato in un libro relativamente recente gli economisti italiani Carlo Favero e Alessandro Missale, e in un lavoro ancora più fresco tre economisti della Banca europea per gli onvestimenti (Bei), Rien Wagenvoort, Carlo de Nicola e Andreas Kappeler: in sintesi, da quando nel 2007 è iniziata la crisi finanziaria, tutti i principali paesi hanno decurtato i già magri stanziamenti per gli investimenti in infrastrutture. Solo in Italia, le carenze di infrastruttura logistica, prevalentemente nel centro nord, comportano un costo alla società di 40 miliardi di euro all’anno, di cui si sobbarcano principalmente le imprese. Il mercato dei capitali privati, però, è sufficientemente liquido per essere incanalato verso impieghi a lungo termine e gli Eurobond potrebbero essere un adeguato strumento per farlo.
La differenza essenziale tra gli Eurobond per il debito a cui si oppone oggi la Germania e, in misura minore, la Francia, e gli Eurobond per la crescita tramite infrastrutture, è che mentre i primi sarebbero garantiti dalla qualità delle politiche economiche ¬ e i tedeschi nutrono dubbi su quelle degli stati mediterranei ¬, la garanzia reale dei secondi sarebbe la qualità dei progetti. Viene spesso argomentato, per esempio, che i bond della Bei e della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers) servono a questo secondo scopo. Eppure non solo le analisi citate mostrano che queste emissioni non sono sufficienti a soddisfare la domanda di infrastrutture, e per questo Eurobond garantiti dai governi dell’Eurozona (e soprattutto dalla qualità dell’investimento) potrebbero essere attraenti, inserendo per esempio la Banca centrale europea nella concorrenza tra emittenti e offrendo un maggior ventaglio di scelta agli operatori (pure a piccoli investitori come le famiglie) con effetti positivi sui tassi. Senza escludere, man mano che le politiche pubbliche dell’Eurozona diverranno più affidabili agli occhi di Berlino, che in futuro si possa far ricorso pure ad Eurobond basati solo sulla sulla qualità delle politiche.

Fonte: Il Foglio del 24 agosto 2011

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