• venerdì , 24 Maggio 2024

“La riforma elettorale? Una trappola”

“È strumentale voler modificare il sistema di voto se non si fa la riforma costituzionale. La sinistra finge di detestare il Porcellum ma vuole solo far cadere l’esecutivo””
Capita che, da molti anni a questa parte, al sopraggiungere di crisi o problemi politi­ci si cominci subito a discutere dei sistemi elettorali, come se tutte le soluzioni possa­no derivare dalla loro modifica. I nostri, or­mai, sono in larga parte problemi istituzio­nali. I sistemi elettorali influiscono, natural­mente, ma non possono cambiare né la real­tà né l’impalcatura costituzionale. Ho letto l’appello a favore del sistema uninominale e mi pare utile ragionarne sen­za ipocrisie. Intanto vedo un rischio politico in quel testo, legato al momento in cui es­so viene proposto. È in atto da alcune settimane una campagna dell’opposizione rivolta a indebolire il gover­no e possibilmente a farlo ca­dere. Si discetta di governi tecnici, di unità nazionale (se non proprio di salute pub­blica contro il tiranno Berlu­sconi). La foglia di fico per nobilitare queste operazioni è il richiamo alla necessità di una modifica della legge elet­torale. Si tratta di intenzioni opportunistiche e strumen­tali, che nulla hanno a che ve­dere con le sincere preoccu­pazioni di riforma e che na­scondono spesso nostalgie passatiste e proporzionalisti­che. Come dimostra l’invo­lontario lapsus di Bersani quando dichiara «mi si dia una maggioranza disposta a cambiare questa legge, che poi la nuova legge nuova si fa» ( Corriere del 1º settem­bre). Del merito dunque non sembra importare granché. Questo è il motivo politico per cui è inaccettabile co­minciare un dibattito sulle ri­forme iniziando dalla legge elettorale. Ed è il motivo per cui, oggettivamente, al di là di quali siano le intenzioni dei promotori,anche l’appel­lo per l’uninominale rischia di essere utilizzato strumen­talmente come grimaldello per abbattere il governo. Questa legislatura si sta svolgendo all’insegna di una novità. In passato è accadu­t­o che lo schieramento vinci­tore alle elezioni politiche abbia successivamente per­so le elezioni amministrati­ve, che funzionavano un po’ da contrappeso, quasi fosse­ro elezioni di medio termine (sconosciute nel nostro siste­ma istituzionale). Ora capi­ta, all’opposto,che la leader­ship di Silvio Berlusconi ab­bia riscosso l’indiscutibile maggioranza dei voti sia alle elezioni politiche che a quel­le europee e regionali. Qual­siasi ragionamento che miri, mediante la riforma del siste­ma elettorale (pur necessa­ria), a modificare contabil­mente questa realtà politica e civile è, per sua natura, ille­gittimo. Ragion per la quale chi, a sinistra, sostiene che non si può fare alcuna rifor­ma senza la partecipazione e il consenso di chi ha la fidu­cia degli italiani non solo è re­alista ma dimostra di non avere smarrito il senso delle istituzioni e il rispetto della democrazia. Anche perché – passando al merito – l’ostilità delle for­ze politiche che criticano l’at­tuale legge elettorale è pura ipocrisia. Il Porcellum gode di un generale (seppur in­confessabile) consenso. Quel sistema fa comodo alle segreterie dei partiti, a chi li dirige, sia che si tratti di mag­gioranza che di minoranza, perché consente a chi forma le liste di scegliere i gruppi parlamentari. E segnalo l’ef­fetto su cui pochi hanno ri­flettuto, ovvero l’autoconser­vazione dei dirigenti che, an­che nella sconfitta, vincono il dominio sui propri parla­mentari, da loro nominati. È un sistema che a me non pia­ce, tanto che appoggiai espli­citamente il referendum che intendeva assegnare il pre­mio di maggioranza non alla coalizione ma direttamente al partito che avrebbe preso più voti. Non serve a nulla, però, truccare le carte in ta­vola e far credere che, ad esempio, la sinistra detesti e non abbia approfittato del Porcellum, sia perché con­corse a descriverlo, sia per­ché se ne fa forte in una regio­ne, la Toscana, ove la sua rap­presentanza è preponderan­te. L’uninominale è un buon sistema, che con istituzioni diverse dalle nostre ha dato risultati positivi (non miraco­­losi, che non si sono mai veri­­ficati da nessuna parte). Co­me tutti i sistemi ha le sue controindicazioni: un note­vole potere «marginale» dei partiti minori, l’esistenza co­munque anche lì di collegi «sicuri» con l’effetto di inde­bolire il sospirato rapporto con il territorio. Ricordo ad esempio che l’onorevole Mattarella, autore del Matta­rellum (in larga misura uni­nominale), fu candidato in un collegio assai distante dal­la regione nella quale ha sempre svolto la sua attività. Per non dire dell’onorevole Di Pietro, che i cittadini del Mugello appresero, dai gior­nali, essere il loro nuovo rap­presentante. E i pur valorosi radicali che firmano l’appel­lo di oggi dovrebbero ricor­dare le proprie candidature in collegi assegnati dal cen­tro, ove i futuri parlamentari erano letteralmente catapul­tati. Ciò non significa che i siste­mi elettorali siano ininfluen­ti. E anzi proprio perché non sono ininfluenti dobbiamo pensarci bene prima di ri­nunziare al Porcellum. A dif­ferenza di quanto vorrebbe­ro far credere i benpensanti della sinistra non è vero che qualunque sistema è meglio di quello attuale. Il propor­zionale della Prima Repub­blica non lo è, come non lo sono le pratiche trasformisti­che e le manovre parlamen­tari che la partitocrazia del­l’epoca ci ha regalato. Quel­le cui nostalgicamente anela­no i cultori del terzopolismo e del doppiofornismo. Posto ciò, il succedersi del­le esperienze e delle legisla­ture, nate con diversi sistemi elettorali e con diverse mag­gioranze politiche, dimostra che il punto debole del no­stro sistema non è solo nel pallottoliere elettorale ma soprattutto nella debolezza costituzionale del governo e nella strutturale inefficienza del Parlamento. Possiamo comporre e colorare le Aule nei modi più diversi, ma non sfuggiremo mai al fatto che il nostro resta un governo isti­tuzionalmente diverso da quello che i cittadini percepi­scono, che nessuno vota per l’elezione del premier e che, quindi, le valutazioni a con­suntivo sono rese impossibi­li o pretestuose. I costituenti fecero un otti­mo lavoro, interpretando lo spirito dei tempi (1947) e i bi­sogni di un Paese uscito di­strutto dalla seconda guerra mondiale. Molti di loro (da Calamandrei a Mortati, da Ei­naudi a Ruini) erano consa­pevoli che le scelte sulla for­ma di governo fossero figlie del proprio tempo e dovette­ro rinunziare a ben maggiori ambizioni. Anche per onora­re il loro lavoro, oggi dobbia­mo assumerci la responsabi­lità del cambiamento. Né ci possiamo affidare messiani­camente alle sole soluzioni elettorali, lasciando inaltera­ta l’architettura costituzio­nale, perché questo è un eser­cizio che si dimostra inutile (nel migliore dei casi) o addi­rittura pericoloso. Non si cambia il modello cambian­do il modo in cui si celebra­no le elezioni, così come non si cambia il fisico di una per­sona cambiando la lunghez­za delle sue scarpe. Si otten­gono solo risultati grotte­schi. Per questo non posso sotto­scrivere l’appello per l’uni­nominale. Esso è politica­m­ente debole e contenutisti­camente insufficiente. Ci si offra un appello per un mo­dello federalista e presiden­zialista, con un coerente si­stema elettorale maggiorita­rio, con garanzie per le oppo­sizioni e anche una giustizia più efficiente per i cittadini: sarò il primo a firmare. Al di là della propaganda e della falsa accademia, non esisto­no uscite di sicurezza o scor­ciatoie: si deve essere capaci di affrontare una seria rifor­ma costituzionale. Il resto so­no chiacchiere estive, desti­nate a sparire con i tempora­li imminenti.

Fonte: Corriere della Sera del 3 settembre 2010

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