• giovedì , 23 Maggio 2024

La metamorfosi delle istituzioni

Una società moderna e democratica, per chi ancora creda al significato dei due aggettivi, si basa su un principio fondamentale: la pluralità e l’autonomia delle funzioni istituzionali. È lontano il tempo in cui tutto il potere si concentrava in poche sedi e persone, destinate ad esercitare tutte le funzioni istituzionali (di rappresentanza, di garanzia, di governo) e a verticalizzare tutte le responsabilità normative (legislative, amministrative, disciplinari); e per molti anni abbiamo sperato che quel tempo non tornasse, ben felici del ricco pluralismo dei compiti e dei poteri che contraddistingueva il nostro sistema.
Ed invece torna, o almeno potrebbe tornare. Chi guarda in controluce le nostre attuali istituzioni constata infatti che è in corso uno slittamento dalle loro funzioni verso la strisciante tentazione a «spendersi in poteri di governo ». Abbiamo di fronte sempre meno un articolato panorama di spazi istituzionali (di rappresentanza, di coesione nazionale, di garanzia, di giustizia, di collaborazione internazionale, eccetera); ed abbiamo un «elenco » di istituzioni vocazionalmente di governo. Quasi che di questi tempi il governare sia il frutto non della bravura nella gestione delle cose sociali, ma piuttosto della blindatura istituzionale che si possiede o che si riesce ad ottenere.
Fare esempi è cosa sempre pericolosa, viste le inevitabili suscettibilità, ma si può tentare. Partendo dalle attuali discussioni sulla legge elettorale, dove si può notare che chi vuole governare parla poco di programmi e di consenso, ma chiede con determinazione un «premio » che gli consenta di diventare blindata istituzione di governo. E più sottovoce è lecito ricordare che lo stesso attuale premier ha avuto bisogno, per accettare, di una intronizzazione istituzionale (la nomina a senatore a vita) prima ancora che tecnica e programmatica; una lucida operazione condotta da un presidente della Repubblica che da tempo ormai si configura come una vera e propria istituzione di governo.
Questa propensione delle istituzioni ad essere soggetti di governo non è fenomeno solo «romano » e di vertice, se è vero che anche nelle periferie del sistema sono affiorate analoghe tentazioni: magistrati penali che decidono sul governo di aziende in crisi e di settori industriali; magistrati civili che fanno di fatto i capi del personale di grandi imprese; presidenti di Regione che hanno interpretato il loro ruolo come fossero uomini di Stato; tribunali amministrativi che decidono su tutto ed anche in maniera cogente. E in più nessuno si è accorto che, sulla nostra testa, le autorità europee invece di supplire al declino continentale (loro istituzionale compito) ci hanno scritto ed inoltrato lettere con decine di urgenti indicazioni, in pratica programmi di governo.
Sembra comune allora la convinzione, ai vari livelli, che solo la potenza delle istituzioni può regolare la complessa pluralità dei vari segmenti sociali; tutto può e deve ridursi al potere unificante delle «istituzioni di governo» sacrificando l’ autonomia e lo status di tutti gli altri soggetti.
Stiamo quindi perdendo pluralismo e, di conseguenza, modernità e democrazia. E non c’è nessuno che si dia carico di questo pericolo, nessuno che si renda conto che con la moltiplicazione delle istituzioni di governo si scava ancora di più la distanza non fra governo e popolo (che è sempre problema politico e quindi ri-appropriabile dalla politica) ma fra istituzioni e popolo, problema di coesione collettiva ben più difficile da affrontare, specialmente durante e dopo i mesi elettorali, se dovessimo restare a sollecitare le istituzioni a prendersi carico delle urgenze da governare. Vedremo se qualcuno, nei prossimi mesi, avrà il coraggio di dire che i cittadini hanno diritto ad avere riferimenti istituzionali diversificati.

Fonte: Corriere della Sera del 18 novembre 2012

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