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La Germania si macera sull’inflazione, l’Europa sull’addio alla Grecia

“Inflations-Alarm!”. A tutta prima pagina. Più la foto di una banconota da un milione di marchi stampata nel 1923. E’ bastato poco per scatenare l’isteria della Bild Zeitung, il quotidiano tedesco fondato da Axel Springer che vende cinque milioni di copie anche nell’era dei cinguettii e dei social network. E’ bastato che la Bundesbank lanciasse un messaggio accondiscendente appoggiato dal ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, perché scattasse il riflesso pavloviano seguito da distinguo e precisazioni ufficiali. Nessuna iperinflazione, la fascia di tolleranza sarebbe tra 2 e 3 per cento (oggi i prezzi al consumo in Germania salgono di 2,6 punti). Jens Weidmann, presidente della Buba, ha spiegato alla stessa Bild che “per molti anni la Germania ha mantenuto un’inflazione inferiore all’obiettivo medio europeo; in vista di una ripresa e un basso tasso di disoccupazione, possiamo anche stare temporaneamente un po’ sopra la media”. In ogni caso, la linea non è cambiata e i cittadini tedeschi dormiranno sonni tranquilli, scrive la Süddeutsche Zeitung, quotidiano di Monaco vicino ai socialdemocratici.
I vertici politici di Berlino ieri sono tornati a mostrare il volto dell’arme contro la Grecia. Schäuble e il ministro degli Esteri, il liberale Guido Westerwelle, hanno lanciato un nuovo avvertimento: la permanenza nell’euro è responsabilità di Atene, se non vuole si può sempre farne a meno. Fra i banchieri centrali europei si è discussa l’ipotesi che la Grecia esca dall’euro, ha rivelato alla Bloomberg Per Jansson, vicegovernatore della Riksbank, la Banca centrale svedese. “Starei molto attento a ipotizzare che si tratti di un processo indolore senza conseguenze”, ha spiegato. Il mancato rimborso dei debiti in euro, ad esempio, potrebbe innescare una reazione a catena nelle banche. E, anche se già da tempo in molti lavorano attorno a questo scenario, nessuno è in grado di scongiurare un effetto panico simile a quello del settembre 2008 dopo il fallimento della Lehman Brothers. Intanto, nel corso della giornata, Evangelos Venizelos provava a sperimentare una coalizione “pro Europa” con Nuova democrazia e Sinistra democratica per evitare nuove elezioni a breve che, quasi certamente, non cambierebbero la sostanza. In serata però il leader della sinistra più radicale, Alexis Tsipras, ha respinto l’offerta di far parte di un governo di unità nazionale con il Pasok e Nuova democrazia.
Dalla Ue arrivano segnali negativi. Olli Rehn, commissario agli Affari economici e monetari, ha detto che “una ripresa è in vista” e ha bacchettato Obama: la critica del presidente statunitense contro l’austerità europea sarebbe “semplicistica”. Ma il 2012 è destinato a chiudere a crescita zero (meno 0,3 nell’area euro). E’ una media, segnata dalla tragedia greca (meno 4,7 per cento, peggio delle precedenti previsioni), una leggera crescita in Germania (più 0,7) e Francia (più 0,5), una pesante recessione in Spagna (meno 1,8) e una seria caduta in Italia (meno 1,4) dove, però, “non c’è bisogno di manovre aggiuntive per raggiungere il pareggio del bilancio l’anno prossimo”. Una smentita alle voci secondo le quali mancano ancora otto miliardi per centrare l’obiettivo. Si tratta di stime che dipendono dalla congiuntura. Nei primi mesi dell’anno le cose sono andate male, perché la contrazione dell’attività economica ha ridotto automaticamente le entrate. Inoltre, sono diminuite per la prima volta anche quelle dei giochi e delle scommesse, tradizionale rifugio nei momenti peggiori. Mentre il rialzo del prezzo della benzina ha provocato una contrazione dei consumi.
Il gioco delle accise, dunque, diventa a somma negativa. La tendenza in atto ha convinto Fitch a mettere anche l’Italia tra i paesi a rischio declassamento nel caso di un’uscita della Grecia dalla moneta unica. Tutto questo non ha impedito ieri al Tesoro di piazzare sul mercato 10 miliardi di Bot (a 3 e 12 mesi), con una domanda quasi doppia da parte degli investitori e rendimenti decisamente al ribasso rispetto ai picchi di rischio registrati in aprile. Resta però il fatto che in quattro anni, dalla crisi del 2008, Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, Irlanda e i paesi baltici hanno perduto oltre sei punti di reddito pro capite; Gran Bretagna e Danimarca più di tre; la Francia è rimasta attorno a zero; la Germania ha guadagnato circa 5 punti; sono andate come schegge la Polonia e la Bulgaria soltanto. Insomma, una Unione più disunita che mai e un’Eurozona che arretra, Germania esclusa. La mappa tracciata ieri dal rapporto Ue di primavera mostra in modo icastico vincitori e vinti, sollevando nuovi interrogativi sulla svolta pro crescita della quale tanto si parla.
Mario Draghi ha proposto un Growth compact da far viaggiare in parallelo al Fiscal compact, Mario Monti vorrebbe escludere per almeno tre anni le spese d’investimento dal corsetto del bilancio in pareggio, François Hollande ha promesso ai suoi elettori che farà allentare la stretta. I soloni di Bruxelles scommettono che scenderà a più miti consigli e già circola il nomignolo Merkollande perché Parigi e Berlino sarebbero legate da un nodo inestricabile. Tuttavia, in Francia il ciclo elettorale non è affatto chiuso. Il mese prossimo si vota per il Parlamento e il neo presidente Hollande non è certo di ottenere una maggioranza all’Assemblea nazionale. Anzi, teme che tra Marine Le Pen e Mélenchon, più la frastagliata area della protesta e dell’indignazione, possa uscir fuori un parapiglia. Anche se la disfatta di Sarkozy avrà una ricaduta sul suo partito, l’Ump, rendendo più difficile una vera cohabitation (cioè un primo ministro di destra e un presidente di sinistra), Hollande potrebbe coabitare con il caos. Dunque, deve vincere e per farlo deve portare a casa qualche risultato sulla scena europea.
Si capisce, così, perché a Berlino viene praticata la politica della doccia scozzese. Una passo avanti verso la crescita e due indietro verso l’austerità; l’illusione di ammorbidire la politica fiscale e il giuramento sull’altare dell’ortodossia. Resta la dichiarazione di Schäuble sulla possibilità (anzi l’esigenza) di aumentare i salari. Si sta per aprire la nuova stagione di vertenze sindacali e la IG Metall, l’organizzazione dei metalmeccanici, la più grande del paese, chiede aumenti del 6,5 per cento e l’assunzione degli apprendisti a tempo indeterminato. I socialdemocratici soffiano sul fuoco perché la Spd spera di andare al governo nelle elezioni federali del settembre 2013.
Un nuovo test importante si avrà domenica in Renania settentrionale-Vestfalia, il Land più popoloso e industrializzato. Si prevede un’altra sconfitta della Cdu dopo quella di domenica scorsa nello Schleswig-Holstein. Ma è davvero improbabile che le batoste regionali facciano cambiare rotta alla Kanzlerin per la quale la prima pagina della Bild vale più di tanti sondaggisti e politologi.

Fonte: Il Foglio.it 11 maggio 2012

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