• venerdì , 24 Maggio 2024

La credibilita’ della politica fa la differenza

Il mediocre accordo di bilancio che ha evitato che Washington cadesse nel precipizio fiscale è stato accolto con grande euforia dai mercati. Affamati di buone notizie gli investitori hanno festeggiato quella del fiscal cliff solo perché non era pessima ed evitava shock improvvisi all’economia mondiale. Nella sostanza, tuttavia, l’accordo di Washington corrisponde a solo un ottavo di quanto necessario a non far scappare il debito americano fuori controllo. Il resto dovrà essere recuperato in futuro e resta incerto.
Questa contraddizione tra politiche di breve termine e di lungo termine, tollerata dai mercati, contiene ispirazioni importanti per la politica europea e per quella italiana.
La prima riguarda l’unione politica europea. Occhi europei possono guardare con una certa invidia al fatto che i mercati credano, almeno per ora, agli Stati Uniti anche a fronte di un accordo politico gravemente insufficiente nei numeri e imbarazzante nei modi, per il solo fatto che la responsabilità delle scelte, presenti e future, fa capo con chiarezza a due leader, due partiti e due Camere, e non a nessun leader, 27 governi e 200 partiti come è norma in Europa. La “proprietà” delle scelte ha un nome e un cognome. I repubblicani Boehner e Cantor accettano un aumento delle tasse, mentre Obama e Biden rinunciano a una vera redistribuzione dei redditi. Seppure abbiano fatto un modesto lavoro, il dialogo politico è in un certo senso garanzia di nuove soluzioni in futuro. Infatti, quando si evoca l’unione politica in Europa non si discute solo di visioni ambiziose e forse astratte, ma di concreta credibilità politica. Considerando le condizioni, gli accordi fiscali firmati finora in Europa sono miracolosi, molto più ambiziosi di quelli americani, eppure la loro credibilità futura è costantemente messa in dubbio da investitori confusi dal vuoto di leadership.
Nell’ultimo Consiglio europeo d’altronde i capi di governo hanno accuratamente affossato l’agenda per l’unione politica. La crisi europea si è un po’ quietata, ma in quattro anni ha corroso la fiducia nell’integrazione e ha lasciato crescere i pregiudizi sul Sud inaffidabile e sul Nord arrogante. Un cattivo genio che i politici nazionali non sanno più come far rientrare nella bottiglia.
La politica europea condotta solo attraverso regole e criteri serviva a evitare cattive politiche, a cominciare dagli eccessi di debito. Ma l’impasse attuale nell’unione politica ostacola oggi l’adozione di buone ricette per l’economia. Offre una visione dell’Europa solo negativa e fa apparire i sacrifici per il cittadino come fine a se stessi. Avere chiaro chi è responsabile delle decisioni politiche permette invece – quando è necessario – anche di rinviarle nel tempo, senza deludere troppo i mercati, come sono riusciti a fare l’Amministrazione e i leader dell’opposizione a Washington, nonostante abbiano aumentato l’incertezza per il futuro.
Per evitare l’incertezza era consigliabile procedere a una correzione leggera del bilancio pubblico mentre l’economia rimane debole, ma contemporaneamente impegnarsi a una correzione strutturale del bilancio sul lungo termine. Negli Stati Uniti questo non è stato fatto per carenza di cultura politica del lungo termine in un ciclo mediatico ed elettorale forsennato. Ma in Europa questo scambio tra allentamento fiscale di breve termine e rigore di lungo termine, ancor più necessario che negli Usa, è ostacolato dalla sfiducia tra i 17 Paesi dell’area euro.
Le correzioni di bilancio in Europa si vogliono tutte e subito perché, mancando un sistema di democrazia comune, non c’è fiducia nelle politiche dei singoli Paesi in caso di loro cambi di governo. Per esempio, quando la credibilità dell’Italia era al minimo, nell’estate del 2011, la richiesta europea del pareggio di bilancio venne addirittura anticipata di un anno, al 2013 cioè entro la scadenza naturale della legislatura. Il risultato è che mentre negli Usa le previsioni di crescita vengono rialzate nonostante la modestia delle scelte politiche, l’area euro si infligge troppo rigore anche quando si trova in recessione, per l’assenza di fiducia e di una politica comune che offra garanzie sulle responsabilità di domani.
Questo problema di credibilità della politica futura è essenziale per l’Italia. Suggerire, come è frequente sentire nel dibattito politico italiano, che un nuovo governo a Roma potrebbe cambiare gli equilibri politici europei e rinegoziare gli accordi fiscali rendendoli meno stringenti, è comprensibile, ma rendendo incerti gli impegni del futuro aumenta la diffidenza dei nostri partner e impedisce un allentamento della stretta fiscale quando è più necessaria, cioè subito, oggi, durante l’attuale recessione, quando sarebbe utile per esempio rilanciare gli investimenti.
Nel vuoto provocato dall’incompiutezza politica europea, si usano stratagemmi sia a livello europeo sia nazionale per vincolare gli impegni di lungo termine. Quello europeo è di iscrivere nella costituzione dei Paesi europei gli impegni di bilancio. Si tratta tuttavia di un modo per negarsi ogni margine di manovra, giustificabile solo dal fatto che l’invecchiamento demografico del continente costringerà davvero tutti i Paesi a decenni di contenimento delle spese pubbliche.
Lo stratagemma della politica italiana è invece l’adozione di agende politiche, che in un certo senso prendono il posto di singoli partiti o di singoli leader, cercando in tal modo di dare continuità al programma dei futuri governi del Paese. Non è casuale che la prossima campagna elettorale sia caratterizzata per la prima volta da un confronto tra agende. Tuttavia ciò che è un po’ sorprendente delle agende politiche disponibili è che esse restano ancora troppo generiche. È, più che difficile, pretestuoso confrontarle in assenza di dati e dettagli. Rischiano quindi di essere un’occasione perduta quando invece trovare un consenso politico su un progetto decennale per l’Italia aumenterebbe la credibilità del Paese di fronte ai partner e aiuterebbe quindi a risolvere anche i problemi che ci sono più vicini.

Fonte: Sole 24 Ore del 3 gennaio 2013

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