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La Bce pensa ai salari invece che alla finanza

Il Bollettino afferma esplicitamente che i salari sono già scesi, ma non abbastanza, e solo questo può far ridurre la disoccupazione. La Banca centrale insiste dunque su una ricetta bocciata da un gran numero di autorevoli economisti e soprattutto dai fatti.Non sembra preoccuparsi, invece, delle riforme proprie dei suoi compiti, quelle per il controllo della finanza.La Bce ora sollecita esplicitamente un’accelerazione di quello che era implicito nella politica europea di austerità: una ulteriore riduzione dei salari. Se n’era già parlato su queste pagine a proposito della riforma italiana del mercato del lavoro, e ora il Bollettino dell’istituto di Francoforte chiarisce brutalmente, per chi ancora fingesse di non aver capito, a che cosa serve la famosa “flessibilità” che tanto viene invocata. A una migliore allocazione della forza lavoro? Magari anche, ma la Bce insiste soprattutto sulla “necessità di ulteriori riforme che favoriscano la flessibilità dei salari”, che sono già scesi, ma non abbastanza. Solo questo, dice la Banca centrale, può favorire la riduzione della disoccupazione.
Hanno voglia fior di Premi Nobel per l’economia, primi fra tutti Jo Stiglitz e Paul Krugman, a sgolarsi ripetendo che questa politica alimenta un circolo vizioso: riduzione dei redditi-meno consumi-meno produzione-aumento della recessione-aumento della disoccupazione. Quella politica può funzionare quando i problemi riguardano un solo paese o un numero limitato di paesi, mentre gli altri vanno bene: la riduzione dei costi favorisce l’export del paese in questione e questo dà all’economia la spinta per ripartire. Ma quando quasi tutti vanno male o stanno rallentando, come ora, si alimenta solo la spirale al ribasso.
I consumi, ormai dappertutto, sono una componente essenziale della crescita del Pil. Diamo un’occhiata a una tabellina recentemente diffusa dall’Ocse sull’andamento dei principali paesi nell’ultimo trimestre 2011 e il primo 2012. Si noterà una notevole corrispondenza tra consumi e Pil, tanto più che la spesa pubblica è quasi ovunque ferma o in contrazione per gli assestamenti di bilancio e gli investimenti vedono un generalizzato segno meno, a riprova del fatto che le imprese se non vedono crescita non si muovono. Intanto le previsioni continuano a peggiorare mese dopo mese.

Fonte: Repubblica del 12 luglio 2012

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