• domenica , 19 Maggio 2024

La Babele dell’economia

Sorprese del 2011. Liberisti pro decrescita e sviluppisti pro equità?
I liberisti che prescrivono rigore recessivo, i neokeynesiani che propugnano tesi sviluppiste, e il partito della decrescita che riprende quota anche al di fuori dell’Europa. L’assalto intellettuale alla crisi economica internazionale procede quantomeno in ordine sparso, come dimostra anche l’apparente ossimoro del premier italiano Mario Monti che promette di promuovere, allo stesso tempo, “crescita ed equità”.
Non a caso l’economista Giacomo Vaciago, sul confindustriale Sole 24 Ore, non ha potuto fare a meno di notare: “E’ la prima recessione che io ricordi che sia stata fermamente voluta dai governi. Di certo, tutti quelli dell’Eurozona che per due anni hanno predicato la necessità di un’ulteriore ‘austerità fiscale’”.
Grande confusione sotto il cielo? “In occasione delle crisi più imponenti, saltano sempre fuori quelli che l’economista francese Jean Fourastié chiamava ‘ospiti inattesi’”, spiega al Foglio il sociologo Luciano Pellicani, facendo riferimento agli eventi imprevisti e alle contraddizioni che poi ne discendono nel dibattito economico. Tra gli “ospiti inattesi”, secondo il docente della Luiss ed ex direttore di Mondoperaio, rientra a pieno titolo la strategia di “restrizione” che si fa largo in Europa in nome del risanamento dei conti pubblici e che “entra in conflitto con la necessità di sviluppo”. Al punto che d’un tratto la ricetta liberista e rigorista, con il suo portato immediato di riduzione del pil, sembra avallare le tesi di un guru della decrescita come Nicolas Kosoy, economista della McGill University di Montreal: “La crescita costante e istantanea è un paradigma fallito”. Ma l’apparenza inganna, ribatte il liberale Franco Debenedetti: “La filosofia della decrescita è fondamentalmente luddista, un ragionamento fondato su tesi malthusiane storicamente falsificate. Glielo vadano a dire al settemiliardesimo uomo nato sulla faccia della terra che non ha diritto ad aspettative di vita migliori e più possibilità di quelle che aveva il cinquemiliardesimo: come è possibile garantirlo senza crescita?”. Debenedetti ammette che anche in paesi tipicamente capitalistici le scelte dei governi o delle autorità economiche possano generare effetti indesiderati: “Negli anni Trenta, governo americano e Federal Reserve aggravarono con le loro scelte la Grande depressione. Oggi in Germania un indirizzo di politica economica come la ‘no bail out clause’ – la clausola che proibisce di usare soldi del contribuente tedesco per salvare stati troppo lassisti – vira moralisticamente nell’imposizione dell’austerità come punizione”.
Come dire che non sono i princìpi del libero mercato a essere messi in discussione. Scettico con le teorie della decrescita, seppure “da sinistra”, è anche Sergio Cesaratto, economista neokeynesiano e docente all’Università di Siena: “Crescere bisogna crescere. Però la crescita va perseguita investendo in settori innovativi e attraverso consumi puliti e collettivi, come l’istruzione, la cultura, il trasporto sostenibile”.
Più sviluppista degli sviluppisti di Bruxelles? “A dire il vero è l’Europa che ha proceduto in direzione opposta rispetto a quella di Stati Uniti e Cina”. Washington e Pechino, fa notare Cesaratto, hanno stimolato la domanda attraverso la spesa pubblica.
“In Europa invece – continua il docente di Siena – la scelta opportunistica della Germania neomercantilista, che è cresciuta di più proprio negli anni della crisi europea e dell’euro debole, è stata ammantata di un’ideologia che la giustifica”. Quel che conta, secondo l’economista, “è tornare prima di tutto alla piena occupazione, poi potremo ragionare sul maggiore tempo libero da conquistare”. Vada allora per la crescita, seppure così diversamente declinata, ma oggi il premier Monti propone di portare avanti assieme “sviluppo ed equità”. Suona come un ossimoro, considerato che la distruzione creativa di cui hanno disperato bisogno le economie occidentali non potrà che arricchire qualcuno e scontentare qualcun altro. “Sviluppo ed equità sono in tensione tra loro – conferma Pellicani – Quello di Monti mi pare dunque uno slogan, per quanto obbligato e indirizzato all’opinione pubblica, soprattutto ai sindacati e ai partiti. Ma oggi è lo sviluppo a essere essenziale, anche perché l’alternativa recessiva ha effetti più iniqui proprio sulle classi svantaggiate”.
Debenedetti rinvia a Monti una domanda provocatoria: “Perché non tira fuori le misure che producono crescita e vediamo se davvero sono inique?”. L’ex senatore nelle file dei Ds, che fu tra i primi propositori in Parlamento, nel 1997, dell’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, cita in proposito una frase di Ichino: “Con quella riforma si abbassano le mura e si aprono le porte della cittadella eretta a difesa degli insider”. La liberalizzazione del mercato del lavoro è dunque un classico esempio di riforma che garantisce l’equità per gli esclusi, prim’ancora che una misura sviluppista.
E’ quello che sostengono anche economisti della Scuola di Chicago, ricorda Debenedetti, come Raghuram Rajan: “Per Rajan la crescente disuguaglianza negli Stati Uniti è alla radice della crisi del 2008. D’altronde, non è forse contro l’equità e la crescita il fatto che ci siano intelligenze non sfruttate per le carenze del sistema d’istruzione?”. In questo senso crescita ed equità – intesa come uguaglianza di opportunità – non possono che procedere di pari passo. “A meno che, invece, il riferimento all’equità di Monti non voglia saggiare il terreno in vista del taglio secco al debito: una manovra che non sarebbe né per la crescita né per l’equità”.
Per Cesaratto, invece, “in senso keynesiano equità e sviluppo vanno insieme, visto che una maggiore equità dei redditi sostiene la domanda interna. Ma visto come sta procedendo Monti, con tagli ai salari e alla spesa pubblica, non vedo proprio come l’equità oggi sia tutelata”.

Fonte: il Foglio del 31 dicembre 2011

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