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Il PD incartato a Pomigliano

Pomigliano farà la Panda. Nonostante il deludente risultato del referendum, la Fiat conferma la decisione di investire. Ma perché all’impegno di applicare l’accordo corrispondano «modalità che possano assicurare tutte le condizioni di governabilità dello stabilimento», come recita il comunicato Fiat, ci sono ancora nodi da sciogliere, normativi e politici.
Ricordiamo il punto intorno a cui ruota tutta la questione. In termini di diritto: se le clausole di deroga al contratto nazionale e di tregua sindacale firmate da sindacati che rappresentano la maggioranza dei lavoratori, oppure confermato in referendum dalla maggioranza dei lavoratori, siano vincolanti solo per i sindacati oppure anche per i singoli lavoratori. In termini pratici: se un lavoratore possa aderire a un sciopero proclamato da una sigla di minoranza, ma non dal sindacato a cui è iscritto. La Fiom – e una parte del Pd incominciando da Sergio Cofferati – sostiene che così si andrebbe contro gli articoli 39 e 40 della Costituzione. Ma, se avessero ragione, sarebbe anticostituzionale anche la legge che demanda ai sindacati di negoziare il diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali: invece quella legge è del 1990, e in vent’anni mai ne è stata messa in dubbio la costituzionalità.
Quanto agli aspetti politici, essi toccano in particolar modo il Pd, ancor più dopo la decisione di Marchionne. Da un lato, il Pd, «il partito del lavoro», può offrire la propria legittimazione storica per il successo della scommessa; dall’altro lato la scommessa offe al Pd la possibilità di legittimarsi in un ruolo di protagonista nel gestire le mutazioni di struttura produttiva che il Paese deve affrontare. Invece, per ora, di fronte al rifiuto della Fiom-Cgil di firmare il patto insieme agli altri sindacati, la direzione del Pd ha approvato l’accordo, ma come fatto eccezionale non ripetibile. Una non scelta con cui si incastra in un dilemma logico. Infatti se davvero con questo patto venissero lesi diritti costituzionalmente garantiti, né stato di eccezione, né entità di investimenti, né strategie aziendali varrebbero a giustificarlo. Se invece in questione non sono diritti degli individui, ma discipline contenute nei contratti collettivi, frutto di una elaborazione dottrinale degli anni 50 e 60, e oggi diventate inattuali, allora il caso Pomigliano è l’occasione per definire il modo con cui calare l’insieme delle garanzie previste dalla Costituzione nella realtà dei rapporti di produzione in questo Paese, in questo momento storico.
Che occasione persa! In un’Italia (a maggior ragione in un Mezzogiorno) che solo perché c’è la Grecia non è l’ultima in Europa per investimenti esteri, invece di accettare con riserve e maldipancia una Pomigliano, il Pd dovrebbe invocarne cento. Cento Pomigliano ci vorrebbero per assorbire le migliaia e migliaia di operai che nel Mezzogiorno lavorano in nero senza sindacati, senza diritti, senza contributi: una situazione che Stato (e sindacato) tacitamente accettano per lo stato di eccezione, l’impatto che la regolarizzazione di quelle situazioni avrebbe sulla tenuta economica e sociale. Certo che le interpretazioni vetero-sindacali dei contratti collettivi non sono la sola causa dei mancati investimenti e della economia nera: ma altrettanto certamente ne sono una delle principali. Perché non incominciare da lì?
Marchionne chiede ai lavoratori un «patto sociale». La Cgil risponde aprendo «un problema formale». La Fiom ha cercato di restare in partita, annunciando un’apertura che non potrà toccare il punto di fondo, cioè la portata dei contratti collettivi. Il Governo «saluta con soddisfazione» la decisione della Fiat, ma non le offre garanzie concrete. Queste le offre solo il riconoscimento del carattere vincolante della clausola di tregua e la possibilità per il contratto aziendale di derogare dal contratto nazionale se stipulato dalla coalizione maggioritaria o approvato a maggioranza dai lavoratori. Questa norma di democrazia sindacale è contenuta nel disegno sulla partecipazione dei lavoratori di Pietro Ichino con consenso bi-partisan al Senato ma fermo in commissione. Il Ministro Sacconi preferisce l’autoregolamentazione, e sarebbe la soluzione migliore: ma se il dissenso di una parte produce un’impasse, la soluzione c’è, stralciare queste due norme e approvarle come legge.
Il Mezzogiorno ha bisogno delle cento Pomigliano. Il Pd ha bisogno di definire la propria identità, liberandosi dall’ansia di trovare scorciatoie alla costruzione, mattone su mattone, della propria identità. Invece, dopo la fatidica alleanza con l’Idv, nell’ultima stagione da un lato ha consentito la ricostituzione di una sinistra intorno alla figura di Niki Vendola, e dall’altro lato manda segnali di disponibilità alla Udc di Casini. Se il Pd saprà creare lo spazio per la rapida approvazione di una norma sulla falsariga indicata, Pomigliano potrebbe essere l’occasione di mostrare leadership politica.
Naturalmente c’è anche l’altra strada, considerare Pomigliano una sofferta necessità, elucubrare sugli effetti che potrebbero avere l’unione con la Chrysler, la scissione della Fiat, le ambizioni di Marchionne, gli interessi degli Agnelli. Salvo poi finire insieme alla Fiom, a pendersela con il Governo perché rimanderebbe a nominare il sostituto di Scajola e perché «non avrebbe un progetto per l’auto».

Fonte: Il Sole 24 Ore 11 luglio 2010

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