• lunedì , 20 Maggio 2024

Il fattore Renzi spariglia le carte

Ma insomma, con quale programma ti presenterai? Avvicinandosi le primarie aumenta il numero di coloro che cercano di sospingere Matteo Renzi nell’angolo: hic Rhodus, hic salta. È destino degli sfidanti che a loro si chieda di dare risposte precise e impegnative, e agli incumbent si consentano risposte ambigue e vaghe. Il fatto è che di questi tutto è già noto e pesato.
Del programma di Renzi si sa che vuole che i “mostri sacri”, coloro che da decenni occupano i posti chiave del partito, non siano più ricandidati, detto in modo da fare il titolo, “rottamati”. Troppo per alcuni, troppo poco per altri.
Ad esempio, Antonio Polito in un editoriale di sabato scorso chiede a Renzi di dire se si alleerà con Casini o con Vendola. A Bersani la domanda manco la fa, tanto sa già cosa risponderebbe: che lui l’alleanza con Vendola l’ha fatta, ben sapendo che questi proclama l’incompatibilità di Sel a stare insieme all’Udc in una coalizione di governo, ma che ritiene, anzi ne è sicuro, che, dopo le elezioni, di fronte alle necessità del Paese, l’Europa, Draghi e/o lo spread, la disoccupazione etc. etc.: «il resto nol dico, già ognuno lo sa».
Non c’è neppure da attendere le risposte, già dalle domande appare in tutta la sua radicalità la differenza dei programmi. Di Renzi si dà per certo che taglierà il nodo, o di qua o di là, neppure si fa l’ipotesi che voglia mediare. Di Bersani è scontato che lasci bene aperto l’uscio per la versione 5.0 del compromesso su cui Prodi è caduto due volte, e D’Alema ha vissuto due volte. Con Bersani, già si sa che i giornali continueranno a pubblicare l’intervista del dirigente per cui è essenziale il rapporto con Casini, affiancata a quella del funzionario per cui quell’alleanza è incompatibile: si sa che quel dualismo non solo è tollerato, ma che è l’essenza stessa del Pd storicamente dato. “Coniugare” è la parola magica: come si celebri il coniugio tra fedeltà montiana e referendum anti-Fornero solo per qualche crucco richiede spiegazioni, per gli italiani fa parte della tradizione.
A chi è abituato a quella tradizione, la proposta di Renzi appare insufficiente già per motivi dimensionali: dove sono le tesi d’antan, dove le 281 pagine della Fabbrica del programma di Prodi? Alle altre forze politiche invece basta e avanza. Ad esempio, con Renzi vincitore alle primarie, per Berlusconi è più difficile candidarsi: a parte il confronto di età, come fa a fare campagna elettorale se gli manca il “comunista”? Parallelamente anche l’antiberlusconismo, con Renzi cessa di essere strumento di lotta politica. E Casini, dove finirebbero le sue speranze di fare l’ago della bilancia? Per non parlare di quell’area politica in cui molte sono le braccia levate, molti gli incoraggiamenti, ma non si scorge la forza aggregante. Forse si modificherebbe la geografia, certamente si chiuderebbe un periodo della storia politica dell’Italia.
Perché l’essenza del Pd sta in questa sua compattezza, nella forza coesiva che ne è il “capitale sociale”. Istituzionalizzato alla Costituente, forgiato negli anni della guerra fredda, protetto nell’isolamento all’opposizione, questa forza resiste come elemento identitario anche dopo la caduta del muro, la Bolognina, Mani Pulite. Quando il Pci era excludendum, la convivenza tra miglioristi e carristi era un fatto interno, senza sostanziali conseguenze. Oggi, scomparsi o mutati gli altri partiti, il Pd rimane il testimone del compromesso da cui nacque la nostra costituzione e degli assetti politici durati oltre mezzo secolo. Mentre tutt’intorno la geografia politica è irriconoscibile, all’interno di quel blocco, ridimensionato ma ancora probabilmente il maggiore partito italiano, restano come contrapposizioni le vestigia di quei compromessi. Non solo tra politologi ed economisti, anche tra gli elettori è diffusa l’opinione che quei compromessi siano diventati contraddizioni: lo stesso successo di Berlusconi nel ’94 è in gran parte dovuto al desiderio di voltar pagina.
Renzi sembra aver capito che oggi quel blocco coeso, piantato al centro-sinistra dello schieramento, è troppo debole per costituire un ancoraggio stabilizzante e abbastanza forte da impedire il formarsi di posizioni, una chiaramente liberale e una esplicitamente socialista. E pensa che per sciogliere quei legami identitari si debba non ricandidare i personaggi che sono testimonianza di una cultura politica degli anni ’70. Il programme non sarà vaste, ma l’obiettivo è essenziale.
Gli elettori del Pd sostengono “lealmente” il Governo Monti, nonostante (o forse proprio per questo?) i provvedimenti che Monti ha fatto passare; abituati come sono agli ossimori, oggi vedrebbero bene l’elezione di un governo tecnico. Ma con l’Omt la situazione è cambiata. Mario Draghi, riuscito a far passare le misure antispread, dovrà, almeno all’inizio, dimostrare di essere severo sul rispetto delle condizionalità. I mercati, per ora calmati, riprenderanno ad esprimere i loro giudizi, valutando la differenza tra lealtà e convinzione. «L’euro non è stato un pieno successo quanto a polis», è Draghi ad averlo detto nell’intervista a Die Zeit. Se vogliamo non passare la nostra vita sotto lo scudo, abbiamo bisogno che le riforme subite diventino comportamenti condivisi, che il controllo di spese e entrate nel bilancio pubblico smetta di essere esibita virtù e sia solamente buona gestione. Non ci si riuscirà, senza scelte limpide.

Fonte: Sole 24 Ore del 12 settembre 2012

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