• giovedì , 23 Maggio 2024

Il bollino del “fine sociale”

Caro Direttore,
Affettuoso ammiratore della passione repubblicana di Rino Formica, osservo tuttavia che invocare l’art. 139 per sostenere l’immodificabilità della prima parte della Costituzione, richiede un’interpretazione molto restrittiva di “forma repubblicana”, fino a farla coincidere con “l’incontro tra solidarismo cattolico e organicismo visionario socialista e comunista”.
In quella, che fu la piattaforma ideologica della Costituzione, oggi la maggior parte degli italiani non si riconosce più. Le ideologie cambiano: è il rischio di tutte le Costituzioni che non si propongono di definire procedure e poteri, ma che hanno bisogno di principi fondanti: come, fin dall’art. 1, la nostra. Un tempo sostenevo che, per questo motivo, la volontà di apportare modifiche alla prima parte della Costituzione è l’hic Rhodus del riformista. Oggi, per non rendere ancora più impervia la strada ai riformisti,pare più saggio dire che basta non considerarla un tabù.
Per quanto riguarda poi l’art.41, che secondo qualche commentatore non scevro da pregiudizi contrasterebbe con l’evocazione tremontiana di una impresa libera, a tempo determinato, da vincoli burocratici, basterebbe anche meno: dare una lettura non distorta del terzo comma, quello per cui sono “i programmi e i controlli opportuni” a indirizzare e coordinare l’attività economica a fini sociali. A rifiutare l’inversione logica, per cui senza una legge che programmi, e una burocrazia che coordini, nessuna attività potrebbe avere il bollino del “fine sociale”, non è il caso di convocare un’Assembla costituente: basta il buon senso.
La risposta di Giuliano Ferrara
Osservazioni condivisibili, caro senatore. In più va osservato, di fronte alle intimazioni di sfratto per onore di Costituzione rivolte da Bersani a Berlusconi, che la Costituzione può essere cambiata, per espressa norma costituzionale, a maggioranza semplice, salvo referendum confermativo. È una Costituzione flessibile, dunque, resa inflessibile solo dalle rigidità dogmatiche di chi nasconde dietro la sua “neutralità” la propria faziosità.

Fonte: Il Foglio 11 giugno 2010

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