• martedì , 25 Giugno 2024

Enel Green Powerl, dubbi e strategie

Giovanni Guareschi raccontava, in una novella breve intitolata “Peppermint”, il comico caso di quel tipo privo di cattive abitudini, che va dal medico per curarsi un’emicrania e, dopo aver smentito i sospettati vizi di fumo, alcol e sesso, confessa il gusto di succhiare una mentina ogni giorno e subito se la sente vietare: “Le fa malissimo”. Ecco, le polemiche sollevate da qualcuno sul collocamento in Borsa di Enel Green Power fanno pensare che siamo davvero il Paese del Peppermint. Perché intestardirsi a cercare il pelo (che non c’è) nell’uovo dell’Enel (uno dei pochissimi ad essere ancora freschi), significa veramente volersi far del male. Infatti, quotando la sua controllata attiva nelle energie rinnovabili – c’è ancora tutta la prossima settimana per sottoscrivere le azioni in banca – l’Enel porta a casa circa 3 miliardi di euro netti, che le consentono di riequilibrare il proprio indebitamento al livello di 3 volte l’Ebitda (45 miliardi rispetto a 17), che è un livello da rating “A”. Il tutto, offrendo a coloro che diverranno azionisti di EGP due cose non da poco: un rapporto prezzo-utile di 15, che è in linea con i migliori standard delle Borse mondiali; un investimento in un settore con grandi possibilità di sviluppo in tutto il mondo – basti vedere quanto prepara l’amministrazione Usa – e quindi con prospettive di reddito sicure.
E invece non sono mancate le critiche ideologiche: che EGP conterebbe troppo sui contributi pubblici all’energia eolica, mentre semmai è vero il contrario; e che sarebbe incomprensibile la pretesa di Enel di crescere sia nell’energia verde che in quella nucleare. Sciocchezza, visto che l’obiettivo del gruppo, come ha detto il suo capo Fulvio Conti, è di arrivare dopo il 2030 – quindi parliamo di strategie, non di ambizioni personali! – ad essere un gruppo elettrico a zero emissioni, producendo in parte energia nucleare, in parte energia da fonti rinnovabili e in parte “catturando” tutta l’anidride carbonica emessa dalla residua produzione a combustibile fossile.Un obiettivo encomiabile, non velleitario.
A far fede dell’affidabilità di questi piani può essere presa, caso non frequente, tutta la storia recente dell’Enel. Un gruppo che fino al ’92 non era neanche una Spa e che in 18 anni ha vissuto l’unica esperienza finora attuata in Italia di liberalizzazione completa – e per certi versi persino forzosa – di un mercato ex monopolistico. La riforma Bersani lo ha costretto a vendere ai suoi concorrenti chiamati apposta in Italia (colossi come Edf, Eon, Endesa) la metà della propria capacità produttiva e a ricomprarsela all’estero, dove oggi infatti l’Enel produce più della metà del fatturato e dell’utile. In più, l’Enel è stato costretto a vendere la rete elettrica (Terna): unico caso in Italia, mentre tutte le altre reti di pubblica utilità sono ancora in mano agli ex monopolisti.
Si dice, però, che l’ultima tranche di privatizzazione ha piazzato a 8,60 euro azioni che oggi ne valgono 4. Vero. Chi avesse però tenuto quelle azioni senza mai venderle e staccato i dividendi avrebbe pur sempre incassato, in dieci anni, il 2,5% di rendimento all’anno, come o meglio di un Bot. Certo, chi investe in Borsa ci va per guadagnare più che con i Bot. Ma forse è corretto ricordarsi che di mezzo ci sono stati i due anni di crisi finanziaria mondiale più sconvolgente dell’ultimo secolo.

Fonte: Il Gazzettino del 24 ottobre 2010

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