• sabato , 13 Luglio 2024

I costi del non fare e le esigenze del Paese

Violenza e ideologia avversa alla modernità: i movimenti anti infrastrutture che rischiano di bloccare l’Italia.
Non è un caso che le cosiddette “nuove Brigate Rosse” abbiano pubblicamente espresso la loro “simpatia” per il movimento “no Tav”, ormai diventato – i segnali abbondano – un fenomeno nazionale con collegamenti (e supporti) di carattere internazionale.
E hanno voglia gli interessati a respingere l’endorsement: la linea che finora aveva separato il contrasto all’alta velocità, pur da sempre andato oltre il confine della legalità, dal terrorismo, è stata infranta da alcuni stagionati “cattivi maestri” del periodo della lotta armata, come Erri De Luca, impegnati in una ideale saldatura ideologica e politica tra il “movimento” di ieri e di oggi.
Giudizi come quello di Stefano Rodotà, che ha definito “deprecabili ma comprensibili” le parole spese dai brigatisti detenuti per incitare i No Tav a compiere un salto di qualità nella direzione di valorizzare “la valenza antagonista di portata generale” che già rappresenta, e che incita a “non derubricare la realizzazione dell’opera a una mera questione di ordine pubblico”, come se finora i problemi di quel tipo non ci fossero stati, sono patenti che rischiano di legittimare forme di antagonismo pericolose, oltre che sbagliate nel merito.
Per questo non stupisce il blitz dei centri sociali all’aeroporto di Venezia, dove per manifestare contro il passaggio delle grandi navi nel bacino di San Marco sono stati compiuti atti di vandalismo. Violenze che certo i Celentano & co. che ultimamente hanno inneggiato alla “lotta contro i mostri del mare” non hanno invocato, ma di cui devono comunque sentirsi moralmente responsabili.
Vedo il rischio che alcuni luoghi diventino laboratori di guerriglia urbana frequentati da “professionisti della violenza” (la definizione è della Procura di Torino), gente che raggiunge la Val Susa da mezza Italia e anche dall’estero, mentre il popolo locale, pur non condividendo le forme estreme di protesta, non prende le distanze da questi gruppi anarchici. Non solo, vedo anche il rischio che ci sia una moltiplicazione del “comitatismo anti” e che si verifichi una congiunzione, anche organizzativa, tra i tanti fronti dell’antagonismo sociale – quello contro le grandi opere, quello energetico, quello anti-industriale in nome di un malinteso ambientalismo – fino a diventare un vero e proprio movimento nazionale.
Un pericolo che per un paese che ha bisogno di scuotersi dalla recessione e ritrovare le energie per tornare a crescere, potrebbe rivelarsi esiziale. Per questo occorre che la sinistra non esiti a prendere le distanze da questi fenomeni. Non solo dalla violenza, che è ovvio, ma anche dalla ideologia avversa alla modernità che fa da brodo primordiale di queste “lotte”. Occorre che le forze riformiste e moderate – che tra l’altro si trovano insieme al governo, anche se sembrano dimenticarsene – s’impegnino pubblicamente a dire agli italiani di cosa c’è bisogno per modernizzare un paese vetusto rimasto drammaticamente indietro.
Conforta, comunque, che in Piemonte la talpa meccanica – quella che gli antagonisti chiamano il “mostro d’acciaio” – si sia messa in funzione e, soprattutto, che quando ha iniziato a scavare il tunnel che deve realizzare gli operai non abbiano nascosto la loro emozione. Così come conforta che presto a Venezia il Mose, gioiello di tecnologia che il mondo ci invidierà, possa fare le prime prove di funzionamento. Non lasciamo soli. (twitter @ecisnetto)

Fonte: Messaggero del 22 settembre 2013

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