• domenica , 19 Maggio 2024

Dopo tante critiche, alla Fornero spettano anche qualche merito e simpatia

Chi ha avuto la pazienza e la cortesia di seguire (e magari anche commentare) le mie rubriche del lunedì non può non riconoscermi onestamente di non avere mai risparmiato severi giudizi per le riforme che il ministro Elsa Fornero ha voluto intestarsi.
Del riordino delle pensioni ho criticato l’eccessiva severità nell’inasprimento dei requisiti, quando sarebbe bastato far evolvere il sistema delle quote (età anagrafica + requisito contributivo) a cui il governo precedente aveva aggiunto la c.d. finestra mobile e l’aggancio automatico all’attesa di vita. Quell’impianto aveva un solo aspetto da rivedere: la possibilità di andare in quiescenza con 40 anni di versamenti a prescindere dall’età anagrafica. Sarebbe stato sufficiente aggiungere un vincolo di età per risolvere il problema ed impedire che decine di migliaia di persone potessero accedere al trattamento pensionistico prima di aver raggiunto i sessant’anni.
Il guaio dei c.d. salvaguardati non ha una motivazione diversa dalla seguente: l’accelerazione dell’età di pensionamento, nella riforma, non si è fatta carico di assicurare una ragionevole fase di transizione. E non si verrà mai a capo del problema degli (i media insistono nell’usare questa definizione di carattere parziale per rappresentare l’intera platea di coloro che rischiano di trovarsi, per diversi motivi, senza lavoro, senza protezione sociale e senza pensione nei prossimi anni) se non si troverà il coraggio di rivedere l’impianto della riforma rendendo i requisiti dell’innalzamento dell’età pensionabile più flessibili e graduali. In caso contrario, si continuerà a mantenere in piedi solo la facciata del sistema pensionistico, tanto arcigna da spaventare persino i tedeschi, mentre tutti i governi dei prossimi anni saranno assillati dalla richiesta di deroghe per decine di migliaia di persone all’anno che accamperanno qualche buona ragione per rivendicare il diritto di andare in pensione con i requisiti vigenti prima della riforma Fornero. Così avremo ancora una volta la prova che da noi la regola rimane quella del ‘‘summum ius, summa iniuria’’. L’operaio edile dovrà arrampicarsi sulle impalcature fino a 66 anni e più, mentre il postino, che ha accettato la proposta di esodo, magari intorno ai 57-58 anni, finirà per ottenere l’accesso alla pensione con le vecchie regole, in base alle quali aveva concordato l’incentivo.
Quanto, poi, al disegno di legge sul lavoro (ormai in procinto di essere licenziato in via definitiva dalla Camera senza modifiche al testo del Senato per consentire a Monti di esibirlo al vertice europeo del 28 giugno) è mia opinione che quel complesso di norme produrrà meno occupazione e più licenziamenti e creerà non pochi problemi alle imprese, in una fase di grande difficoltà come l’attuale, perché il mercato del lavoro diventerà più rigido.
Tutto ciò premesso, potrà sembrare strano, ma non riesco a non provare simpatia e solidarietà per Elsa Fornero, la donna che sta contendendo l’intensità delle campagne d’odio persino al Cavaliere. Mi impressiona il disarmante coraggio con cui difende le sue scelte. Un coraggio che l’ha portata persino a dialogare con la Fiom e con i lavoratori ad essa iscritti. Domani e mercoledì, prima al Senato, poi alla Camera, si accorgerà che le tute blu hanno modi ben più signorili e garbati dei rappresentanti del popolo. Tanti senatori e deputati, se dovessero spiegare quali siano le differenze tra un esodato ed un soggetto in prosecuzione volontaria, non saprebbero che dire. Eppure pontificheranno rumorosamente, perché è proprio quando mancano gli argomenti che il linguaggio dei politici diventa più violento. E il superpresidente del SuperInps, Antonio Mastrapasqua, troverà nelle Aule del Parlamento tanti difensori, magari tra gli stessi che poco più di un mese fa lo criticavano, nel dibattito su di una specifica mozione a Montecitorio, per essere lui di un ente così importante per dimensioni e risorse da gestire.
Di Fornero ci convince il suo prendere le distanze da un atteggiamento tutto italiano che ritiene normale smettere di lavorare prima di aver compiuto sessant’anni, ponendosi, in qualche modo, a carico della collettività; che confonde le aspettative di fatto con i diritti delle persone. Non sappiamo che cosa dirà Elsa Fornero domani e mercoledì. Vi sono però talune circostanze inconfutabili. Nessuno, oggi, a causa della sua riforma, è rimasto senza stipendio, protezione sociale o pensione. L’attuale quadro di garanzie (per un costo complessivo di 5miliardi) è operante per coloro che si troveranno in condizione di necessità fino a tutto il 2013 (per costoro il numero di 65mila è vicino alla realtà). Non ha senso, quindi, impegnare ora (in un Paese che riesce a destinare, a fatica, appena un miliardo allo sviluppo economico) un’ulteriore dozzina di miliardi per assicurare il pensionamento, secondo le previgenti regole, a favore di quanti si presenterà il problema a partire dal 2014.
Ma c’è un’altra considerazione parallela da svolgere: in un Paese, come l’Italia, a rischio di incorrere in quel default che renderebbe incerto anche il pagamento degli stipendi e delle pensioni, non sembra proprio giustificato agitarsi tanto per blindare, già adesso, le regole con cui gli esodati andranno in quiescenza tra qualche anno.

Fonte: Occidentale del 18 giugno 2012

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