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Dopo il crac e le truffe, dove va un Paese senza il capitano d’industria

Può una multinazionale francese che non pubblica bilanci dal lontano 2001 scalare una grande azienda italiana in salute e con tanta liquidità in pancia? La risposta è (purtroppo) sì e la spiegazione è terribilmente semplice: i nostri cugini d’ Oltralpe sono un sistema, noi no. Siamo solo dei masochisti, amiamo farci del male da soli. E così la Lactalis, un colosso lattiero-caseario di passaporto francese, ha acquistato nei giorni scorsi con un blitz l’ 11,4% delle azioni della Parmalat e si è messa in una posizione decisiva per condizionare il futuro del gruppo emiliano e annetterselo. Lactalis ha già fatto negli anni passati una razzia di marchi del made in Italy acquistando Invernizzi, Cademartori, Galbani e Locatelli e stavolta il boccone è altrettanto grande perché la Parmalat è uno dei grandi presidi del food italiano e vanta una presenza internazionale di assoluto rilievo. Nonostante tutte le vicissitudini che hanno attraversato la sua storia il gruppo di Collecchio non solo gode di una straordinaria salute finanziaria ma anche di un’ ottima rete distributiva. Enrico Bondi avrà anche sonnecchiato, avrà anche ecceduto in prudenza ma sotto la sua guida Parmalat è tornata ad essere un gioiellino. Con il passaggio alla Lactalis i francesi sfonderebbero, dopo i formaggi, anche nel latte condizionando pesantemente i comportamenti delle altre aziende del settore (Granarolo in testa) e l’ intera filiera produttiva. La mossa dei transalpini avviene a pochi giorni da un altro blitz, quello che ha portato nei ranghi del gruppo Lvmh guidato da Francois-Henri Pinault uno dei brand italiani di maggiore prestigio internazionale, Bulgari. E sempre nella giornata di ieri è diventata ufficiale la vendita di Wind ai russi. L’ impressione di essere un pò tutti in vendita è difficile da scacciare. Così come è difficile non chiedersi dove si sia rintanato il capitalismo italiano, come mai non esistano più capitani d’ industria capaci di vivere il loro tempo e di mettere in campo idee e capitali in due settori a vocazione italiana, il lusso e il food. Unendo alla Parmalat altre forze dell’ industria alimentare si possono realizzare le combinazioni più sfidanti, si può andare ben oltre la vecchia politica dei poli e mettere in campo progetti che abbiano un solo grande obiettivo: esportare, esportare, esportare. Le potenzialità del cibo italiano sono ancora largamente inespresse, alcuni nostri prodotti tipici hanno nei mesi scorsi realizzato performance straordinarie (vedi il grana padano), si tratta ora di radicarsi nei paesi emergenti con moderne piattaforme distributive. Ci vogliono le nostre Ikea del cibo e da dove si può cominciare a costruirle se non dalla straordinaria forza dei nostri migliori brand capaci di cospicui investimenti pubblicitari? Il contrasto tra i progetti ambiziosi che si possono mettere in campo e la misera realtà di un nano capitalismo, come si sta configurando quello italiano, viene dimostrato dalle nude cifre. Per comprare il 15% di Parmalat servivano grosso modo 600 milioni. Sapendo che un’ operazione di questo tipo avrebbe trovato finanziamenti bancari per almeno un terzo, con 400 milioni un imprenditore o una cordata si sarebbe posta nella condizione di determinare assieme ad Enrico Bondi il futuro di un gruppo iper-liquido e che da qualche anno è generoso nei dividendi. È evidente che quando si tratta di metter soldi nelle public utilities l’ imprenditoria italiana non esita a corteggiare politici e amministratori locali, ma quando ci si deve imbarcare nel libero mercato si preferisce disertare. Non rispondere al telefono. Di fronte a quella che, per come si è svolta, appare un’ operazione di forza di Lactalis e del sistema Francia (perché mai supportare un gruppo che non presenta i bilanci se non nel nome di un interesse nazionale?) non è solo l’ industria italiana a fare la figura della Cenerentola. Non c’ è un Paese europeo che dopo essersi fatto carico di una legge nazionale per ripianare i debiti della sciagurata gestione di Calisto Tanzi e dopo il salasso che hanno sostenuto i propri risparmiatori, si sarebbe fatto gabbare in questo modo. Da dilettanti allo sbaraglio. Anche nel nome la Parmalat richiama la città che la ospita, rimanda alla capitale della food valley italiana, evoca uno degli ultimi sogni per l’ industria tricolore di poter recitare – almeno in un settore – un ruolo globale. Ma i sogni in Italia non vanno più di moda.

Fonte: Corriere della Sera del 18 marzo 2011

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