• venerdì , 14 Giugno 2024

Dal Giappone i numeri dell’innovazione

Raffaele Fitto non il più giovane della compagine ministeriale ma il più flemmatico. E’ pugliese ma lo chiamano “British” non solo per i gessati e i fumo di Londra che ama indossare ma soprattutto perché non si turba, né quando lo accusano di “turbativa d’asta” (tutte chiacchiere!!) né quando le autorità europee minacciano di decurtare (e, se del caso, di azzerare) i finanziamenti a titolo di fondi strutturali).
Dopo aver licenziato il 3 agosto un piano di 7,4 miliardi per le infrastrutture, questa estate ha passato i pochi giorni di ferie ministeriali studiando alacremente, anche sulla base di analisi anche inedite inviategli dal Council of European Municipalities and Regions dei cui organi di governo ha fatto parte. Già all’inizio di agosto aveva anticipato che , dopo l’accento sulle infrastrutture, avrebbe dato la priorità alle università ed alla ricerca al fine di promuovere una crescita virtuosa basata sull’innovazione. E’ su questi temi che ha concentrato le sue letture. Lo ha colpito in particolare la metodologia sviluppata in Giappone per valutare l’innovazione a livello regionale . Viene illustrata in un lavoro di Nobuya Fukugawa della Scuola di Specializzazione in Ingegneria di Tohoku University dal titolo “Asssessing Regional Innovation Policy on Local Public Technology Centers in Japan” Nobuya Fukugawa è un giovane professore associato ma i suoi lavori (quello in oggetto è stato pubblicato lo scorso maggio) ha acquisito un notevole prestigio internazionali; le sue proposte metodologiche – fa sapere al suo staff ed alle unità di valutazione e verifica di investimenti pubblici – vanno esaminate con cura: possono diventare un’arma contro i tagliatori di teste (e di fondi) dell’Unione Europea UE . Se hanno difficoltà a trovare il lavoro si mettano in contatto con il buon, e anche lui flemmatico, Fukugawa al nfukugawa@gmail.com. Ne sarà lieto anche il collega Paolo Romani.
Think Positevely è il suo britannico motto per uscire dalla stagnazione (e dalla recessione nel Sud e delle Isole). A tal fine fa sapere Bobo Maroni che l’immigrazione può essere strumento d’innovazione. Lo documenta il Discussion Paper 11 -112/3 del Timbergen Institute dell’Università di Amsterdam , facilmente reperibile sul sito dell’istituto. Ne sono autori Crenen Ozgen, Peter Nijkamp e Jacques Poot. Nijkamp, in particolare, un grande amico e conoscitore dell’Italia: i memo giovani si ricordano sia i suoi corsi universitari sia le sue nuotate mattutine in costume adamitico nella piscina di casa Archibugi, nei pressi del Divino Amore. La loro analisi si basa su dati del 1991-95 e del 2001-2005 di 170 distretti economici dell’UE. Vengono utilizzati numerosi indicatori, tra cui la localizzazione dei ristoranti McDonald’s come nuovo strumento per attirare immigranti nell’area, Con formazione appropriata, i dati affermano che dove esiste una struttura produttiva appropriata, il livello medio della preparazione degli immigrati contribuisce all’innovazione, non solo a quella “adattiva” (ossia all’adattamento alle condizioni locali) ma anche all’aumento del numero dei brevetti ed alla nascita di nuove imprese ed alla loro crescita.

Fonte: Il Riformista del 26 agosto 2011

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