• sabato , 13 Luglio 2024

Addio al veto dei giudici

L’importanza della sentenza della Corte di Karlsruhe va oltre il via libera al Meccanismo europeo di stabilità (Esm). Va addirittura oltre, cioè, il completamento di una rete di sicurezza che insieme agli interventi della Bce dovrebbe finalmente escludere eventi finanziari traumatici come quelli che da quattro anni gravano come una lama sulla testa dell’euro e dell’unione monetaria.
Ciò che la sentenza testimonia è infatti che sono stati toccati limiti giuridici e politici delle democrazie nazionali e che il progetto europeo richiede uno sviluppo democratico non nazionale che sfugge ai poteri nazionali e sul quale, infatti, perfino la Corte costituzionale tedesca non è né pronta né in grado di esprimersi.
Questo vuoto richiede di essere riempito a livello europeo, nello stesso modo e tempo in cui è necessario dare sostanza all’espressione, già diventata comune, dell’unione politica europea.
In passato la Corte aveva quasi deriso le carenze della democrazia europea e in particolare del Parlamento europeo, ora sembra arrestarsi e rinunciare al proprio unico vero potere in tema europeo – quello di interdizione – di fronte alla dimensione europea dei problemi che riguardano la Germania.
La reazione molto positiva dei maggiori partiti tedeschi alla sentenza di ieri è incoraggiante e fa vedere l’opportunità di un progetto più ambizioso per l’Europa.
Nel giudizio preliminare di ieri la Corte tedesca sembra ammettere per la prima volta i limiti delle proprie competenze, dopo un conflitto durato 19 anni con i poteri europei e con la Corte del Lussemburgo.
Non è stato per esempio possibile ai giudici tedeschi rinviare ulteriormente la valutazione di ieri, perché i danni che i mercati finanziari – un antagonista che non ha alcun rispetto per leggi e poteri nazionali – avrebbero causato sarebbero stati incalcolabili.
Questa impotenza del potere nazionale si riflette nella riluttanza della Corte nell’interferire anche con il potere – volutamente simmetrico a quello dei mercati – della Banca centrale europea.
La Corte si ferma al di qua del giudizio sull’intervento della Bce, tanto che nel determinare il limite massimo degli oneri fiscali a carico del contribuente tedesco, essa si attiene solo a quelli dell’Esm.
Misurati in 190 miliardi (di cui 22 miliardi da versare). Anche il superamento di tale soglia è affidato al giudizio del Parlamento sotto condizione di piena informazione (e trasparenza) delle due Camere.
L’impegno tedesco futuro nel condividere risorse con gli altri Paesi dell’euro sfugge quindi alla “clausola di eternità” dell’articolo 79 della Legge Fondamentale, secondo il quale l’autonomia di bilancio del Bundestag rientra nell’ambito dei diritti fondamentali non disponibili. L’autonomia del Parlamento non è dunque quantificabile dalla Corte stessa in ragione dei criteri nazionali. Bisognerà leggere con attenzione le motivazioni quando verranno pubblicate a fine anno, ma per ora la Corte sembra dire che il giudizio sul coinvolgimento finanziario della Germania nell’area euro, nella sua qualità di iniziativa politica in risposta a circostanze oggi non note, è affidato alla valutazione del Parlamento.
Per capire la profondità di questa deroga nella difesa costituzionale del bilancio federale, bisogna ricordare la legge d’emergenza del 1933 con cui Adolph Hitler depotenziò il Reichstag, solo due mesi dopo esser diventato cancelliere, proprio sottraendo al Parlamento il controllo del bilancio.
Pur di fronte a un tale fantasma, la decisione di Karlsruhe vede sufficienti garanzie che il bilancio del Parlamento tedesco non sia gravato da esborsi incalcolabili o dipendenti da volontà esterne, nel fatto che esistono Trattati europei che obbligano i Paesi alla stabilità finanziaria in un contesto e in un sistema di istituzioni che non prevede più la piena indipendenza del bilancio nazionale da quelli degli altri Paesi dell’euro.
Se questa è la realtà dei fatti, alla politica non resta che adeguarsi.
Il Bundestag per esempio si è assicurato la disponibilità di un preciso diritto di veto in qualsiasi attività dell’Esm. Già lo statuto dell’Esm prevede l’unanimità in tutte le maggiori decisioni e riconosce un diritto di veto a Germania, Francia e Italia nelle decisioni di emergenza. Ma la legge con cui il Bundestag ha approvato l’Esm con maggioranza dei due terzi prevede anche una dettagliato sistema di coinvolgimento del Bundestag a seconda delle decisioni da prendere.
In pratica – e la Corte lo ha confermato ieri – il ministro delle Finanze tedesco, a differenza degli altri, non potrà prendere decisioni a Bruxelles sul fondo salva-Stati se non dopo aver ricevuto il via libera del Parlamento tedesco.
Che il Bundestag diventi di fatto un’istituzione di rango europeo – oltre a tutto disponendo di un veto sulle decisioni di Bruxelles – può essere accettabile solo se si traduce in uno stimolo per il rapido sviluppo di nuove istituzioni federali.
Ma il coinvolgimento dei Parlamenti nazionali nell’approvazione delle politiche europee – finora lasciate per rapidità e complessità nelle mani dei governi – potrebbe trasformare anche le politiche nazionali.
Per governi che vogliono assicurarsi efficacia nella condotta dei negoziati europei, dimostratisi di importanza esistenziale in questi anni, potrebbe diventare indispensabile poggiare su maggioranze parlamentari più ampie di quelle tradizionali nel passato.
Solo così i governi e i loro leader potranno avere la certezza del sostegno in casa propria e la necessaria forza per far valere la propria politica a Bruxelles.

Fonte: Sole 24 Ore del 13 settembre 2012

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