• martedì , 25 Giugno 2024

Welfare e Sinistra, vecchie ricette per nuove povertà

Negli stessi giorni in cui il Partito Popolare europeo ritrovava a Berlino il suo orgoglio internazionale ed un comune programma di forte ispirazione cattolico-liberale , nel chiuso di un seminario organizzato dalla Fondazione “Italianieuropei” la Sinistra italiana rifletteva sul punto centrale del programma economico per le prossime elezioni, Fisco e Assistenza sociale, ritrovando la sua antica matrice centralista ed assistenziale.

Diciamo subito che il pensatoio della Sinistra non ha ritenuto di rendere trasparente il dibattito al suo interno, di fronte al presumibile imbarazzo di dover ancora definire, a pochi mesi dalle elezioni, il cuore di una proposta di governo dell’economia che l’avversario politico, la Casa delle Libertà, ha non solo definita e concordata ma addirittura illustrata al “Porta a Porta” televisivo di Bruno Vespa. Ma quel poco che è trapelato dal dibattito della giornata di studio è assai istruttivo per intendere la direzione di marcia di quella centrifuga ed un po’ confusa macchina da guerra elettorale che, volente o nolente, sarà costretta a fare di Rutelli il suo candidato premier.

Sappiamo, salvo errori od omissioni, quattro cose: 1) che il ministro dell’Economia Vincenzo Visco ha portato alla riunione lo “scalpo” del ceto medio, del quale ha detto che in questi anni ha finalmente cominciato a pagare le tasse e che, dunque, ora è arrivato il momento di distribuire ad altri maggiori incassi fiscali recuperati, presumiamo, dalla loro evasione fiscale; 2) che tale distribuzione, dal ministro definita “dividendo fiscale” è pari a 50 mila miliardi; 3) che il dividendo dovrà essere distribuito dallo Stato alle fasce della popolazione povera, sia utilizzando la leva dell’Irpef che quella delle prestazioni assistenziali.

Si conferma così una delle tante realtà negate in questi anni di governo del centrosinistra: che cioè il fine dell’attività di governo fu proprio quello di far pagare al ceto medio il peso del risanamento, impoverendolo e proletarizzandolo, così da convincerlo che solo votando a sinistra avrebbe potuto recuperare dallo Stato quella ricchezza che lo Stato gli aveva tolto. Non solo, ma si conferma anche, a dispetto delle ripetute professioni di federalismo e liberismo, che lo schieramento di centro sinistra continua a concepire la politica assistenziale come una decisione da assumere Roma e non localmente sulla base delle differenziate esigenze delle realtà sociali ed ecoomiche locali. A tale riguardo va ricordato che solo pochi mesi, fa, nell’ottobre del 2000, il Parlamento ha licenziato dopo quattro anni di dibattito, una controversa legge quadro che riforma lo Stato assistenziale decidendo nuovi criteri per la distribuzione di quei circa 80 mila miliardi spesi ogni anno in assistenza senza sufficienti benefici. Ed il cardine di quella legge quadro, è proprio la delega federalista di molte competenze in materia assistenziale; si chiamano le realtà comunali e regionali a definire il riordino dei sussidi economici, l’assegnazione dei sussidi agli anziani, la definizione dei servizi di sollievo alle famiglie per assolvere i quali non sarà più lo Stato ad operare ma anche il volontariato, le associazioni private senza fine di lucro.

Le idee scaturite dal pensatoio di Sinistra o quanto meno quelle proposte dal ministro Visco, sembrerebbero invece marciare nella direzione contraria di un nuovo accentramento che danneggerebbe proprio l’apporto privato alle attività assistenziali e sociali e perpetuerebbe l’attuale esclusione di ampie fasce della popolazione.

L’Istat ha censito circa sette milioni di persone alle soglie della povertà, ovvero popolazione che, nonostante gli 80 mila miliardi di lire spesi ogni anno dalle politiche assistenziali, continuano a vivere come se lo Stato non spendesse una sola lira. Sette milioni di esclusi dalla vita produttiva per i quali l’assistenzialismo gestito dallo Stato e dalle sue propaggini sindacalpatronali non hanno funzionato e che hanno diritto ad una nuova opzione di reinserimento. Esistono in Italia sei milioni di persone che attualmente praticano attività di volontariato e di assistenza senza fine di lucro. Lo spazio per queste nuove forme di attività assistenziale, già oggi proficuo soprattutto perché non pagate dallo Stato, potrebbero moltiplicarsi e surrogare le inefficienze di apparati amministrativi centrali e locali e dare testimonianza a quella via italiana all’economia sociale di mercato che è risuonata anche nei saloni colmi del Partito Popolare europeo a Berlino.
“I sussidi narcotizzano i popoli e li rendono schiavi dei governi che li erogano”, diceva agli inizi del secolo l’economista Friedrich Von Hayek.. Forse è proprio per questo che la Sinistra italiana non rinuncia a deciderne la distribuzione.

Bruno Costi

Fonte: «Il Giornale» del 16 gennaio

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