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“Vi spiego perchè farei Parmarolo”

Una newco nella quale far confluire il meglio della Granarolo e il meglio della Parmalat, cioè le loro produzioni specifiche nel settore del latte: è l’idea che piace più di ogni altra, «nell’interesse del settore e del Paese», a Luigi Marino, presidente della Confcooperative – la centrale che riunisce e rappresenta la quasi totalità delle latterie sociali italiane azioniste della Granarolo – nonché, da un paio di mesi, portavoce unico della neonata Alleanza tra le cooperative italiane, ente di coordinamento tra Confcooperative, Legacoop e Agci.
«Ma il nostro ruolo» chiarisce Marino «può essere soltanto industriale. Non dobbiamo metterci a fare i finanzieri. Ci snatureremmo e… quando le cooperative ci hanno provato, non è mai andata bene».
Presidente Marino, quindi lei che cosa propone per Par-malat?
Io non penso a un’acquisizione classica, a un’Opa. Con la competenza e la forza produttiva di Granarolo potremmo promuovere la creazione di una nuova azienda, un campione nazionale nel settore del latte, forte, globale e capace di trattare con rispetto i produttori agricoli italiani, tutta la filiera. Questo credo si possa realisticamente fare.
Ma dl fronte a un’offerta pubblica d’acquisto?
Ci piacerebbe essere anche finanzieri, avere tanti soldi per fare grandi acquisizioni, ma ci snatureremmo. Tutto quanto abbiamo realizzato in tanti anni, noi uomini e donne della cooperazione italiana, l’abbiamo fatto gradualmente, puntando sull’economia reale, che è il nostro modo di essere. Quando le cooperative hanno [ATTUALITÀ] Vi spiego perché farei Parmarolo GUERRE ITALO-FRANCESI/3 Una newco che controlli il meglio di Parmalat e Granarolo. E la proposta per fermare Lactalis di Luigi Marino, portavoce del mondo cooperativo. Che accusa Bondi di concorrenza sleale e «abbandono proprietario». di Sergio Luciano rVw wnow:.84 tentato sortite in altri comparti, come quello finanziario, hanno sempre sbagliato e in passato abbiamo assistito solo a disavventure…
Allude a Unlpol-Bnl? Come la pensavo su quella vicenda lo dissi chiaramente all’epoca dei fatti.
E se Parmalat finisse a Lactalls?
Sarebbe un gravissimo problema, da qualunque angolatura lo si valuti. Per gli interessi strategici del Paese è bene che la Parmalat resti italiana. E ben venga l’iniziativa del ministro Tremonti di introdurre nell’ordinamento norme simmetriche a quelle varate dalla Francia per proteggere l’identità nazionale delle sue aziende in molti settori. Non c’è da temere che così facendo si scoraggino gli PORTAVOCE DELLE COOP Luigi Marino, presidente di Confcooperative e portavoce della Alleanza tra le cooperative italiane. che riunisce anche Legacoop e Agci.
Investimenti stranieri: quelli su nuova capacità produttiva, a prato verde, non li scoraggia nessuno. Altro è quando si punta ad acquisire marchi italiani con cui vendere prodotti fatti fuori Italia.
Ma II movimento cooperativo non ci poteva pensare prima alla Parmalat?
Fino al crac, la cooperazione ha subito da Parmalat una concorrenza durissima che nasceva da un uso drogato della finanza, che ha sventrato l’azienda. Insomma, concorrenza sleale. Quando poi Parmalat è stata rilanciata al netto dei debiti, e con tutti gli aiuti che ha avuto sia nei confronti del fisco che dell’Inps, ha ripreso a fare concorrenza sleale, proprio perché – libera da oneri del passato – ha potuto fare tantissima pubblicità, conquistando più mercato che se avesse giocato ad armi pari. E adesso…
Che cosa succede? Adesso che si affaccia uno scalatore straniero, approfittando dell’abbandono proprietario in cui l’azienda è stata lasciata, per volere e responsabilità anche del capo azienda Enrico Bondi, rischiamo che tutto l’avviamento di Parmalat finisca nelle mani di una multinazionale francese, che indirizzerebbe contro i piccoli concorrenti italiani tutta la forza acquistata dal marchio in 15 anni di dumping. Sarebbe davvero troppo. Se non proteggiamo, con l’italianità di Parmalat, la filiera del latte che si riversa sull’azienda, rischiamo davvero di perdere, oltre che una grande azienda, migliaia di allevatori.

Fonte: Panorama/Economy del 31 marzo 2011

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