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Tra mercati e sondaggi

La riunione del G20 è una riprova di quanto sia impervio il cammino verso un governo mondiale dell’economia. Essa doveva affrontare due grandi questioni cui l’interdipendenza economica e finanziaria ha dato carattere globale: quali nuove regole adottare per il sistema finanziario; quale crescita perseguire e, dunque, se riequilibrare i conti pubblici o sostenere l’attività economica. La difficoltà era duplice: le questioni sono di per sé ardue e per di più sono al centro di discussioni e negoziati politici entro i Paesi ancor più che tra essi. Sono difficoltà per così dire congenite, ineliminabili: i problemi posti dalla situazione economica e finanziaria infatti non sono certo passeggeri e la ricerca di accordi internazionali continuerà a intrecciarsi con quella del compromesso e del consenso interni.
Per i Paesi cosiddetti emergenti le due questioni sono relativamente meno ardue perché essi sono sostenuti da una crescita economica robusta e, per ora, pressoché inarrestabile. L’uscita dalla povertà è una trasformazione degli stili di vita che, una volta avviata, difficilmente si ferma prima che l’acqua corrente e l’elettricità siano arrivate in tutte le case e che i primi elettrodomestici siano venuti ad alleviare il lavoro domestico. In quei Paesi la crescita forte aiuta i governi, sia quelli democraticamente eletti come in India e in Brasile sia quelli oligarchici come in Cina.
Per i Paesi ricchi— Stati Uniti, Europa e Giappone — le sfide sono invece una prova assai dura che investe non solo l’economia, ma anche l’equilibrio sociale e le stesse istituzioni politiche. Sono i più ricchi, ma anche i più fragili, perché la loro crescita materiale è largamente fondata sul consumo superfluo, perché il debito pubblico elevato e la finanza malata sono in casa loro, perché la loro struttura sociale mal tollera la stagnazione dell’economia e perché i loro regimi democratici non permettono cadute del consenso. Tutto li rende prigionieri della veduta corta.
Le due sponde dell’Atlantico hanno orientamenti alquanto diversi e sono entrambe soggette a una dipendenza:dai sondaggi in America,dai mercati in Europa.
In materia di riforma della finanza, Stati Uniti ed Europa attuano le rispettive riforme con scarso riguardo a quanto fa l’altro: priorità diverse, orientamenti di fondo diversi. La convergenza internazionale delle regole è proclamata ma poco praticata.
In materia di bilancio, poiché né la moneta né il debito americani destano finora ansia nei mercati e a Washington l’indice di popolarità del governo è sensibilissimo alle cifre sulla disoccupazione, l’amministrazione Obama teme soprattutto la bassa crescita e vorrebbe che l’Europa aiutasse a sostenerla. L’Europa è nella situazione opposta: la sua divisione e il prevalere del potere degli Stati su quello dell’Unione hanno creato un vuoto che rende i mercati arbitri della sua politica economica. Arbitri senza calma olimpica che, come bestie impaurite, prima impongono un rapido risanamento dei bilanci pubblici e subito dopo si allarmano per l’effetto depressivo che esso avrà sull’economia.
Governare il mondo è difficile quando si fatica a governare se stessi. Ma governare se stessi da soli, come se il mondo fosse diviso in isole non comunicanti, è impossibile quando le sfide sono globali.

Fonte: Corriere della Sera del 27 giugno 2010

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