• martedì , 23 Luglio 2024

Sull’orlo del baratro

È raro sentire parlare in un vertice mondiale di perdita di credibilità di un Paese. E addolora constatare che tocchi oggi all’Italia. Avere bisogno della certificazione dell’azione del governo, da parte sia del Fondo monetario sia della Ue, significa che la capacità politica italiana è al centro delle preoccupazioni dei partner, che essa va sottratta al dibattito interno, e che deve essere soggetta a controlli e pressioni crescenti. La fondatezza dei timori dei partner va riconosciuta. È doveroso dunque risolvere quanto prima il problema di credibilità del governo del Paese. Ma nel farlo, di pari passo va chiesta una cornice di aiuto europeo anch’essa più solida e credibile di quella attuale.
Il sistema di contenimento della crisi elaborato al vertice Ue del 26 ottobre infatti non stava in piedi e il G-20 ne ha messo in evidenza i problemi. I Paesi esterni all’eurozona non intendono finanziare il Fondo salva-Stati” (Efsf) dopo aver constatato che gli stessi Paesi europei non vogliono aumentare il loro contributo.
Una volta fissato in 221 miliardi di euro il limite massimo di perdite che la Germania accetta, i trucchetti delle leve e delle assicurazioni per gonfiare l’Efsf sono diventati solo un gioco di fumi e specchi. Le vere risorse sul tavolo sono troppo poche per assistere l’Italia.
Sperperando credibilità politica, Roma ha infatti perso la capacità di finanziarsi sul mercato. È vero che a breve anche un costo del debito dell’8% sarebbe sopportabile, ma se i mercati sono almeno un po’ razionali, in senso tecnico, nel giro di pochi mesi l’onere diventa insostenibile. Con titoli indicizzati a 10 anni che rendono oltre il 5% reale bisognerebbe avere una crescita “cinese” del 7% del Pil, mentre sarà molto se nei prossimi 12 mesi non avremo un calo. A quel punto il rendimento richiesto da un investitore potrebbe aumentare ancora, aggravando la spirale. Distinguere tra un problema di liquidità o di sostenibilità del debito italiano non è più molto utile. La situazione italiana va trattata come se richiedesse rimedio a entrambi i problemi: sia i fondi che il mercato non intende prestare, sia una politica di contenimento del debito. Sia quindi i fondi dall’esterno, sia le riforme dall’interno.
Tuttavia nemmeno il Fondo ha subito risorse ingenti quanto quelle necessarie all’Italia. Inoltre il fallimento del risanamento greco ha tolto credibilità immediata all’intervento del Fondo e delle autorità europee. Prima che i mercati si convincano che le riforme in Italia rappresentano la svolta, vorranno vederne i risultati. Infine la Grecia, con l’azzardo del referendum, ha rotto il tabù della possibile uscita dall’euro di uno dei 17 Paesi. Ora il piano inclinato della crisi ha una direzione precisa di cui sino a ieri si negava l’esistenza. Merkel e Sarkozy dovrebbero evitare di giocare con l’incertezza degli aiuti, lasciando aperti scenari tanto pericolosi.

Fonte: Sole 24 Ore del 5 novembre 2011

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