• martedì , 16 Luglio 2024

Sollievo temporaneo

Se nelle scorse ore la Germania si è chiesta se costasse di più soccorrere l’Italia o abbandonarla al suo destino, dobbiamo chiederci perché. Siamo arrivati malissimo a questo momento drammatico.
Un momento in cui il downgrade del debito americano, sommandosi alla crisi dell’euro, ha rischiato di assestare un colpo letale all’unione monetaria del nostro continente. L’aiuto condizionato a Italia e Spagna a cui ha dato il via ieri il vertice franco-tedesco può darci un sollievo temporaneo; il resto sta a noi. Ci aspettano tempi duri: sconteremo di esserci troppo a lungo tappati gli occhi confidando nella nazionale arte di arrangiarsi.
Se il nostro Paese, e la Spagna, riusciranno a restare nell’euro e a pagare i loro debiti, si potranno contenere le conseguenze sull’Europa e sull’intero Occidente della nuova fase della grande crisi; ma ci aspettano anni difficili. Rendiamoci conto che gli ultimi eventi segnano l’inizio di un’epoca in cui le economie dei Paesi avanzati dovranno faticare per conservare il benessere raggiunto; più di tutti l’Italia, che già da oltre un decennio mostra preoccupanti segni di declino. Al grande casinò della finanza planetaria il tavolo di gioco principale è ora quello dove si scommette sulla debolezza politica dei Paesi ricchi, nel linguaggio di qualche anno fa il «Nord del mondo».
Presi di mira sul debito, gli Stati ricchi non possono più utilizzare la spesa pubblica come motore di crescita, o come difesa contro le crisi. Una ricaduta nella recessione probabilmente non la avremo, specie se si riuscirà ad impedire che l’euro si fratturi. Ma un lungo ristagno delle economie appare difficile da evitare, a causa dei sacrifici che tutti, a cominciare dagli Stati Uniti, dovranno compiere per ripagare i soldi presi in prestito. Lo sforzo compiuto nel 2009, nell’accordo di tutto il G20, per evitare una depressione tipo anni ’30, forse è servito solo a rateizzare il prezzo dei disastri del 2007-2008.
La resa dei conti sul debito è stata accelerata dai mercati. Wall Street, la City di Londra e le altre piazze finanziarie mondiali da mesi sempre più speculano al ribasso sul declino dell’Occidente, così aggravandolo. Possibile che le grandi banche multinazionali mettano in difficoltà proprio quei governi che con i loro interventi le hanno salvate dal crack nell’ inverno 2008-2009? Sì, nello stesso modo in cui il mostro di Frankenstein sfugge al suo creatore. Perché i capitali che lo animano ormai non sono più, per la gran parte, occidentali.
Le grandi crisi hanno sempre alla radice qualche grande ingiustizia. La rapida globalizzazione che ha esteso la produzione industriale alla gran parte del pianeta, trasformando in operai centinaia di milioni di contadini, ha prodotto, grazie al basso costo di questa forza lavoro, un eccesso di profitti rispetto alle concrete occasioni di investimento produttivo. I capitali superflui si riversano nella finanza, nella ricerca ansiosa di profitti che però possono essere ricavati solo da scommesse sempre più ardite. Ora la scommessa più attraente è sulla debolezza dei bilanci pubblici.
Nel mondo elettronicamente interconnesso, la finanza acquisisce la sconvolgente capacità di affrettare il passo della storia. Così come all’ Italia si chiede conto oggi dei problemi di bassa crescita che la sua economia avrebbe avuto nel medio termine, degli Stati Uniti si mette in causa oggi l’egemonia mondiale destinata a indebolirsi lungo il secolo. In un colossale paradosso, è la Cina comunista il più potente capitalista del momento, pronta ad usare tutto il potere del suo denaro: principale creditore degli Usa, chiede loro di ridurre le spese militari. E noi ci lamentiamo perché ci sentiamo messi sotto tutela dalla Banca centrale europea? Ma è un’istituzione federale del nostro continente, fatta anche di italiani, che cerca di far cooperare i tedeschi con noi, e noi con i tedeschi.

Fonte: La Stampa 8 agosto 2011

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