• mercoledì , 17 Luglio 2024

Se la Cina scoppia…

Un grande se. Un angoscioso interrogativo pesa sull’annuale Assemblea del popolo, aperta lunedì 5 marzo nel palazzone di piazza Tienanmen sormontato da 20 colonne marmoree: e se l’era della prosperità, la «shengshi», si trasformasse in men che non si dica nell’era della instabilità?
Lì il primo ministro cinese Wen Jiabao ha annunciato un rallentamento del commercio estero (che si ferma a un +10 per cento). E tra i 3 mila delegati hanno fatto scalpore due rapporti: il primo firmato da Seng Songcheng, capo del dipartimento statistico della banca centrale, uscito il 23 febbraio; il secondo, «China 2030», a cura della Banca mondiale e del Centro di ricerca per lo sviluppo di Pechino, pubblicato la settimana successiva.
Entrambi insistono su un punto: la crescita è «insostenibile» senza nuove, profonde riforme. Martin Wolf arriva a scrivere sul «Financial Times» che «la prossima crisi verrà dalla Cina».
E non sarà solo finanziaria: il bilancio della difesa è salito a 110 miliardi di dollari, i paesi vicini e gli Stati Uniti temono una escalation militare. Prendono forma, così, i nove spettri che minacciano l’Impero di mezzo e il mondo intero.
LA BOLLA GIALLA
E se la Cina fosse un’immensa Grecia? Il 16 novembre scorso Larry Lang, docente di studi finanziari all’Università di Hong Kong e volto popolare alla tv, lancia l’allarme.
La sua è una lezione a porte chiuse a Shenyang, la città più popolosa della Manciuria, ma viene registrata, diffusa su Youtube, poi tradotta in inglese. L’economista ha messo in fila cinque segnali di allarme, il primo è proprio il debito pubblico, circa 36 mila miliardi di yuan, 5.580 miliardi di dollari.
Resta ancora tre volte inferiore a quello americano, però è difficile da controllare perché s’annida nei governi locali (la stima è di 20 mila miliardi di yuan) e nelle aziende statali (circa 16 mila miliardi), veri modelli di inefficienza: rappresentano il 70 per cento delle imprese, ma producono solo il 30 per cento del pil e, nonostante i continui aiuti del governo (oltre 560 miliardi di euro), continuano a fallire.
L’economia è surriscaldata, sostiene Lang, l’ammontare dei prestiti concessi dagli istituti di credito arriva al 180 per cento del prodotto interno lordo. La pressione fiscale nell’industria pubblica raggiunge il 70 per cento dei profitti, in quella privata il 51,6 per cento. I prezzi salgono del 16 e non del 6,5 per cento come dicono le statistiche ufficiali. C’è davvero di che allarmarsi.
LA FABBRICA MONDIALE
L’Unione delle banche svizzere ha pubblicato uno studio per rispondere alle «10 domande che tutti si fanno sulla Cina». La prima è: «Il mercato edilizio sta collassando?». Tao Wang e Harrison Hu, i due economisti autori del rapporto, concludono che nei prossimi due anni lo sboom immobiliare ci sarà, riducendo il potenziale di sviluppo.
Il piano quinquennale prevede una crescita media del 7 per cento fino al 2015. Sembra molto rispetto alla stagnazione europea o al 3 per cento scarso degli Stati Uniti, tuttavia è il ritmo più fiacco dal 1990. E la World Bank stima che rallenterà al 5 per cento nel 2020.
Le esportazioni rappresentano un terzo circa del prodotto nazionale e il mercato interno resta molto debole: solo il 30 per cento dei beni prodotti dalle attività cinesi viene consumato, sebbene da alcuni anni si cerchi di favorire i prodotti nazionali.
In settori come l’elettronica, l’80 per cento del prodotto è composto da beni importati: la Cina è una grande catena di montaggio e solo una piccola parte del valore aggiunto si trasforma in ricchezza nazionale. Senza dimenticare che il capitale è poco produttivo: si è investito molto, fino al 25 per cento annuo, a fronte di un prodotto lordo cresciuto di 10 punti.
LA PARABOLA VOLKSWAGEN
La Dragonomics ha molti lati oscuri, d’accordo, ma senza lo sbocco cinese che ne sarebbe dell’industria occidentale? La Volkswagen, insieme alla giapponese Toyota, ha costruito il suo primato mondiale proprio in Cina, stringendo in una tenaglia la General Motors.
Ma Pechino è anche il maggior acquirente di Airbus, di treni veloci dalla Siemens tedesca e dalla Alsthom francese, senza dimenticare i grandi impianti, compresi quelli nucleari, oppure le componenti meccaniche nelle quali l’Italia ha una posizione leader. C’è di che rabbrividire.
LA TRAPPOLA DEL LUSSO
Negli ultimi 10 anni, 200 milioni di nuovi ricchi hanno salvato la moda italiana e francese. Senza questa classe affluente non ci sarebbe stato il boom della Bulgari o la spettacolare crescita di Ferragamo. Armani e Vuitton, Christian Dior e Gucci, dovrebbero ammainare bandiera se scattasse quella che la World Bank chiama la «trappola dei redditi medi» sospesi tra le conquiste del passato e il miraggio del futuro. Come è accaduto in America Latina o in Corea.
La crisi delle Tigri asiatiche, in fondo, non è lontana, risale soltanto a 15 anni fa. Pechino l’ha superata grazie all’ingresso nell’Organizzazione mondiale del commercio che le ha consentito di espandere le esportazioni in Occidente. Ma adesso?
IL PARADOSSO DELLA SOIA
La Cina non è in grado di produrre abbastanza soia, un alimento chiave in Estremo Oriente. Le sterminate pampas del Sud America si sono trasformate in piantagioni di leguminacee per sfamare il grande drago. Già, perché non serve solo petrolio, ferro, rame o bauxite, c’è bisogno di grano, riso, carne, soia appunto.
L’Africa è diventata il continente privilegiato per le materie prime, l’Argentina e il Brasile forniscono bistecche e cereali; il Venezuela di Hugo Chávez e l’Iran degli ayatollah hanno stretto un patto di ferro per il petrolio.
La rinascita del Terzo mondo, dunque, è legata nel bene e nel male al boom asiatico. Se solo la Cina rallenta il passo, tutto l’edificio degli scambi internazionali vacilla.
LA CASSAFORTE DI ZIO SAM
Mille e 100 miliardi di dollari in titoli di stato americani sono custoditi nelle casse di Pechino. Nel momento in cui le banche avessero bisogno di liquidità, le autorità potrebbero dare il via libera alla vendita. Il Tesoro degli Stati Uniti dovrebbe ricomprare il proprio debito per evitare il default, ma con quali denari? C’è già chi immagina un vertice alla Casa Bianca con i capi di Citigroup, Bank of America, JpMorgan, Merrill Lynch, insomma le regine di Wall Street, nel disperato tentativo di organizzare un megasalvataggio.
Davvero uno scenario da Apocalisse finanziaria, altro che crac della Lehman Brothers. Una crisi del debito sovrano che partisse dalla Cina coinvolgerebbe direttamente anche l’Italia. Pechino ha acquistato Btp e altri titoli del Tesoro pari al 4 per cento del totale (1.900 miliardi): abbastanza per provocare un terremoto.
LA GUERRA DELLE MONETE
In trent’anni di crescita ininterrotta, la banca centrale cinese ha messo da parte riserve per 3.200 miliardi di dollari, il 60 per cento è in biglietti verdi. L’euro conta per un quarto, il resto è diviso tra sterlina, franco svizzero, dollaro australiano. A fronte di questo accumulo c’è un attivo nella bilancia dei pagamenti pari al 3,1 per cento, perfettamente simmetrico al passivo americano.
La via più celere per ridurre lo squilibrio è svalutare il dollaro o rivalutare lo yuan. Nonostante i molti impegni verbali, il governo cinese rifiuta di rafforzare la propria moneta. Dunque agli Stati Uniti non resta che far da sé: una svalutazione alleggerisce i debiti americani, ma fa evaporare le riserve cinesi. Lo sconquasso è dietro l’angolo.
LA FINE DELL’ARMONIA
Le notizie non le può più nascondere nemmeno il Quotidiano del popolo: scioperi nelle fabbriche, conflitti autonomisti nelle regioni interne, monaci tibetani che s’immolano, rivolte come quella di Wukan contro il partito comunista locale, innescata dalla cessione dei terreni a una società privata. La terra resta la fonte principale di reddito, la sua compravendita determina i destini di amministratori e nuovi mandarini.
Ma ormai metà delle nuove case resta vuota per i prezzi troppo elevati e il 30 per cento delle agenzie immobiliari ha chiuso. L’inflazione divora gli aumenti salariali, mentre la paga media s’aggira intorno a 200 dollari mensili. La seconda economia del mondo ha ancora un reddito pro capite annuo di 7.500 dollari, contro i 47 mila degli Stati Uniti e i 29 mila dell’Italia.
LA LOTTA PER IL POTERE
Xi Jinping non è in discussione, ma c’è battaglia durissima per gli altri 8 membri del comitato permanente, la plancia di comando del Pcc. I nazionalisti guidati dal neomaoista Bo Xilai vogliono barriere protettive e militari, parlano di superiorità culturale cinese e puntano al grande sorpasso dell’Occidente.
I liberali come Wang Yang plaudono alle raccomandazioni della World Bank: privatizzazioni, innovazione, economia verde, sicurezza sociale, nuovo sistema fiscale, più integrazione con il resto del mondo. Un compito immane, ecco perché la Cina deve salvare a tutti i costi la shengshi. Il suo e il nostro destino dipendono da questa corsa verso il futuro.

Fonte: Panorama del 14 marzo 2012

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