• lunedì , 24 Giugno 2024

Napolitano sa che la Costituzione e gli italiani non vogliono le dimissioni del Cav.

Dell’incontro tra il presidente della Repubblica e il premier sappiamo soltanto ciò che risulta dal comunicato stampa del Quirinale e quanto abbiamo letto sui quotidiani. “Il Presidente della Repubblica – è questa la frase-chiave – ha insistito su motivi di preoccupazione che debbono essere comuni, sull’asprezza raggiunta dai contrasti istituzionali e politici e sulla necessità di uno sforzo di contenimento delle attuali tensioni, in assenza del quale sarebbe a rischio la stessa continuità della legislatura”. In verità, sarebbe una forzatura attribuire a queste parole la minaccia di uno scioglimento anticipato delle Camere, pur in presenza di un governo che gode ancora della fiducia di ambedue i rami del Parlamento e che non intende dimettersi. Si direbbe che il Capo dello Stato prefiguri piuttosto un percorso naturale della vicenda politica derivante dalla continuità di una situazione bloccata e da un governo ed una maggioranza condannati al piccolo cabotaggio parlamentare. I commentatori, però, si spingono più avanti, pronti a giustificare persino una benefica violenza nei confronti della norma costituzionale pur di liberare il Paese dal tiranno. Rispettosi della più alta Magistratura del nostro ordinamento siamo convinti che a Giorgio Napolitano non sfuggiranno alcuni dati di fatto e profili di diritto.
Oggi le elezioni politiche anticipate configurano una precisa richiesta delle opposizioni. Quando erano settori della maggioranza, alcuni mesi or sono, a minacciare il ricorso liberatorio alle urne, tutti, compreso l’inquilino del Colle, sottolineavano con forza l’esigenza di non abbandonare le redini sul collo del Paese in un momento tanto difficile. Tanto che venivano ipotizzati governi tecnici, di transizione e quant’altro. Adesso, pur di disarcionare Berlusconi (che ha saputo resistere in Parlamento) non vi sono più dubbi né riserve nel mettere a rischio la stabilità e nel rendere ancor più improbabile la nostra capacità di afferrare la ripresa. Un po’ di stupore in più ci è consentito nel leggere un altro passo della nota presidenziale laddove viene smentito che Berlusconi abbia che anzi <è stato escluso di aver voluto e di voler sollecitare>. Ma di grazia solo le opposizioni, gli studenti, il popolo viola, le donne di regime, i metalmeccanici della Fiom hanno diritto di protestare e di scendere in piazza in questo Paese?
Si dice che al Capo dello Stato non siano piaciuti i sit in davanti al Palazzo di Giustizia di Milano. Non sappiamo se sia vero. Perché mai, però, sarebbe politicamente scorretto criticare i pm milanesi? Quando, durante le pagine nere di Tangentopoli, il pool milanese era omaggiato quotidianamente di manifestazioni di sostegno (anche da parte di garantisti dell’ultima ora) nessuno si prendeva la briga di richiedere sobrietà e di lasciar fare ai giudici. Il popolo viola ha manifestato persino davanti alla casa privata di Silvio Berlusconi, vi sono state code di violenza nei confronti delle forze dell’ordine. Ma dal Quirinale insieme alla doverosa condanna per le violenze è venuta anche una sostanziale copertura per le manifestazioni, senza che nessuno si ponesse il problema della loro opportunità.
A Napolitano non sfuggirebbe, poi, un altro aspetto di sostanza. Sulla base dell’articolo 88 Cost. il Capo dello Stato, prima di esercitare il proprio potere di sciogliere le Camere, è tenuto a sentirne i Presidenti, incluso quel Gianfranco Fini che tale scioglimento lo chiede pubblicamente da giorni anche fuori dal Quirinale, come posizione del suo partito. Non sono presenti in questa situazione delle contraddizioni che non vengono colte da chi avrebbe il dovere di farlo?
Un’ultima domanda: pur di abbattere Berlusconi si fanno dire alle norme cose che esse non dicono. E’ il caso dell’articolo 88 della Carta. Secondo i nemici del premier sarebbe consentito di sciogliere le Camere anche contro il parere di un governo in carica non sfiduciato dal Parlamento. Quando si ipotizzò, a settembre, di sciogliere soltanto la Camera (un’opzione assolutamente prevista dalla norma, ancorchè desueta) tutti si precipitarono a parlare di tentato golpe. Consigliamo al Cavaliere di andare a rileggere un passo di storia contemporanea.
Nel maggio del ’68 quando la piazza ne chiedeva le dimissioni, Charles De Gaulle si recò in Germania dove stanziava un pezzo dell’Armata, se ne assicurò la fedeltà, poi si recò in Tv per mandare a quel paese i contestatori. Visto che gli avversari gli sbattevano in faccia la piazza, il Generale chiamò a raccolta i francesi nella più grande manifestazione che si fosse mai vista fino a quel momento.

Fonte: Occidentale del 14 febbraio 2011

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