• martedì , 25 Giugno 2024

Meritocrazia e produttività: bentornate riforme contro la crisi

Ed ora chi ha occhi per stupirsi si stupisca; perché proprio nei sei mesi più bui che l’economia italiana abbia mai vissuto in oltre mezzo secolo di vita repubblicana, il Paese potrebbe aver prodotto una doppia riforma epocale che segna una svolta dagli anni dell’autunno caldo in poi.
Il varo delle riforme che rivoluzionano la contrattazione nel pubblico impiego e nel settore industriale privato, introduce per la prima volta da quarant’anni il riconoscimento del merito in busta paga, e la responsabilità del lavoratore per il buon lavoro che fa.
Si tratta di una sussulto di vitalità del corpo sociale e politico italiano al quale il Paese non è abituato e che può produrre una scossa produttiva e concorrenziale a due comparti , quello dell’industria in senso stretto e quello del pubblico impiego, che rappresentano sommati quasi un terzo del prodotto interno lordo. In uno dei due, il Pubblico impiego comparto protetto e sottratto alla concorrenza, si tratta di far circolare il vento della competizione e del controllo di efficacia e efficienza e contestualmente di rinvigorire senso della gerarchia, professionalità e capacità di guadagno.
E’ un colpo sperabilmente mortale ad un quarantennio nel quale hanno imperato l’egualitarismo, l’appiattimento salariale, l’antagonismo tra chi lavora e chi intraprende, tra lavoro e capitale, quasi si trovassero ancora , a vent’anni dalla caduta del comunismo, su due trincee opposte a combattersi anziché sull’unico fronte della competizione internazionale, uniti da interessi comuni.
Non sufficientemente valutate nel dibattito pubblico, forse perché intervenute nel pieno della crisi finanziaria più grave dagli anni Trenta quanto l’attenzione era rivolta altrove, le due riforme troveranno lentamente ed a posteriori il posto che compete loro negli atti che potrebbero cambiare l’Italia contemporanea.
Ce n’era bisogno. Perchè ciò che il Paese ha vissuto nei primi dieci anni dell’euro, nel primo decennio degli anni 2000, è stata una rappresentazione assurda di autolesionismo. Da un lato le imprese e fra esse anche il datore di lavoro pubblico, sono state costrette ad articolare la propria produzione al ribasso, senza ricerca di qualità, sapendo di non poter premiare economicamente il merito perché i contratti nazionali non lo consentivano e perché ritenuta prassi antisindacale; dall’altro i lavoratori, sono stati costretti ad accontentarsi di modesti aumenti retributivi, per lo più spalmati in modo egualitario tra meritevoli e non meritevoli, intermediati solo dal sindacato, datore di lavoro occulto ed esoso, al quale , specie nella grande impresa tutto è stato demandato negli ultimi quattro decenni.
Il risultato è stata la peggior produttività dell’area Ocse, il declino dell’industria italiana dai commerci mondiali, l’impoverimento di salari e stipendi, necessariamente condizionati dai contenuti profitti di un’industria declinante o resa furba da un clima anti industriale.
Ora esistono i presupposti per cambiare. Il nuovo modello di contratto privato, introduce aziendalmente la possibilità per il lavoratore che lavora di più e meglio, di guadagnare di più. Impresa e lavoro possono tornare a guardare nella stessa direzione e instaurare quel clima di convergenza delle convenienze dalle quali ognuno ha la possibilità di trarre vantaggio e dove il vantaggio ed il profitto dell’uno può diventare anche il vantaggio ed il guadagno dell’altro.
Nel pubblico impiego può accadere anche di più, perché vietare la distribuzione a pioggia di poco denaro a tutti i dipendenti pubblici e pagare di più solo chi lo merita, significa cancellare l’assurdità di veder retribuiti allo stesso modo chi lavora con qualità e dedizione e chi occupa l’orario di lavoro tra assenze ingiustificate o inerzie. Significa ripristinare l’incentivo a far bene, a raccogliere i frutti del sano principio di giustizia commutativa secondo il quale ognuno ha diritto a veder riconosciuti anche economicamente i propri meriti, per l’ingegno, la qualità e la produttività che profonde nel lavoro.
Difficile dire quanto tempo occorrerà perchè i semi di questo nuovo sistema di relazioni industriali e sindacali produca quella fioritura di produttività e potere d’acquisto che è nelle sue potenzialità. Ma quel che è certo è che, se le riforme non saranno tradite nella fase di attuazione, i presupposti perché i tempi non siano lunghi ci sono tutti.
Le due riforme hanno implicazioni almeno su 4 versanti.
Dal punto di vista sociale, il ritorno del riconoscimento del merito, il ripristino nel pubblico impiego del concetto di gerarchia e di responsabilità di dirigenti ed impiegati, l’incentivo economico a fare bene senza per questo apparire ostili al sindacato, contribuirà a cambiare il modo di lavorare, il clima in azienda e restituirà motivazione e stimolo alla ricerca di qualità in ogni livello della prestazione di lavoro.
Dal punto di vista economico, le aziende e l’amministrazione pubblica, potranno giovarsi di una maggiore produttività e , dal lato qualitativo, anche di innovazione e dedizione più spiccate, poiché l’incentivo economico è e resta il principale attivatore della qualità professionale e del lavoro.
Dal punto di vista sindacale, il sindacato più moderno sarà spinto ad orientarsi verso un nuovo modo di rappresentare i lavoratori, meno ideologicamente antagonista, più pragmatico e prossimo ai reali interessi dei lavoratori mediante tutti gli strumenti che il nuovo capitalismo mette a disposizione anche dei lavoratori, dai fondi pensione all’azione collettiva, dalla tutela dei consumatori alla partecipazione al capitale delle imprese.
Dal punto di vista politico, infine, è possibile che i partiti più ideologizzati possano trarre sputi per tradurre le nuove spinte al miglioramento sociale ed economico dei lavoratori in piattaforme politiche più avanzate e meno ancorate all’antagonismo o allo statalismo del passato.
Con le due riforme del 2009 finisce un epoca, quella della concertazione salariale, iniziata nel 1993 all’indomani di Tangentopoli e della grande svalutazione della lira, crisi che aprì un vuoto nella governance del Paese. Allora la politica nazionale, delegittimata agli occhi dei cittadini, scambiò la pace sindacale e la moderazione salariale con la consegna al sindacato della delega a governare le relazioni sindacali , cioè carriere e stipendi. Forse fu un passaggio necessario; certamente oggi si rivela un passaggio superato.
Non è ancora chiaro quale fase si apra ora con le due riforme di produttività del 2009, ma sarà certamente una fase migliore di quella che ha penalizzato la crescita economica per quarant’anni.
Ma poiché riforme di tale profondità non passano inosservate soprattutto nei settori ed ai poteri sui quali incidono, il Paese dovrà attrezzarsi a superare le insidie e le reazioni di quella parte dei sindacato e della burocrazia statale che non riterranno di rinunciare alla sovraesposizione ed alla centralità vissuta in questi anni. E’ l’eterna battaglia tra innovazione e conservazione.

Fonte: Economia Italiana n.2 - 2009

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