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L’italianità della finanza e gli auguri al dott. Draghi

Il tempo sarà galantuomo con Antonio Fazio, costretto a dimettersi dal vertice della Banca d’Italia senza aver commesso alcun reato, e sarà molto esigente con Mario Draghi, nominato Governatore senza una storia in Banca d’Italia.
Con le dimissioni del primo e la nomina del secondo si chiude un capitolo ma non la storia del più forte scontro di potere politico, economico e finanziario in atto in Italia, dalla vicenda Baffi Sarcinelli in poi.
Allora, circa 20 anni fa, si trattava di estromettere gli uomini che in Banca d’Italia sbarravano il passo alle intrusioni della criminalità organizzata e di alcune logge deviate nel Banco Ambrosiano e nel Corriere della Sera di Roberto Calvi e Bruno Tassan Din; oggi si tratta di qualcos’altro, cambia il nome della Banca, il nome del giornale è ancora lo stesso, e il tempo dirà di cos’altro si tratta. Ma è singolare che sia sempre attorno ai vertici della più autorevole e fino a pochi giorni fa indipendente istituzione finanziaria italiana che si misurano aspirazioni e interessi, ambizioni ed equilibri di potere, i quali, al di là della trita retorica, questa volta nulla hanno a che spartire con la vera tutela del risparmio degli italiani.
In Italia non esiste saggezza collettiva, nemmeno nella sintesi istituzionale che ci si aspetterebbe dal Colle più alto della politica italiana, sicché l’attacco che per mesi ha eroso, denigrato e poi abbattuto Antonio Fazio non ha avuto alcun riguardo al fango che si gettava sulla immagine Paese , pur di gettarne sull’istituzione che si voleva asservire e sull’uomo che si voleva estromettere. E Berlusconi ha il merito indiscusso di non aver voluto tutto ciò.
E’ possibile che gli storici possano scrivere in futuro:”Nel 2006 cominciò per la Banca d’Italia l’atterraggio nella fanghiglia della politica politicante; aveva resistito per 50 anni fino a quel momento alle infiltrazioni dei partiti, subì in un colpo solo l’umiliazione della omologazione ad una qualsiasi azienda di Stato e la nomina, per la prima volta nella sua storia, di un Governatore esterno alla Banca.”
I tredici anni di Governatorato Fazio, checché ne dicano gli orecchianti, lasciano un sistema creditizio risanato, profittevole, ricco, tecnologicamente il più avanzato di tutto il sistema imprenditoriale italiano, più concorrenziale, più efficiente, più attento alle esigenze del meridione, più concentrato, dimensionalmente in grado di affrontare la concorrenza europea tant’è che questa vorrebbe impedirglielo. Siamo in grado di dimostrare ognuna di queste affermazioni. Ma il lettore stia certo, nessuno ormai ha interesse a contestarle poiché sostenere il contrario ormai non serve più: Fazio è out.
Non lo stesso si può dire per coloro che nel 2001 applaudirono l’ingresso nell’euro salvo poi non far nulla per restarci migliorando produzioni, produttività, efficienza, competitività; gli uomini e le aziende del declino italiano, gli uomini ed i gruppi che prima dell’Euro recuperavano quote di mercato con le svalutazioni competitive ed ora, preclusa questa strada, immaginano di trovare compensazioni alla pigrizia mettendo le mani nelle banche, cioè nel borsellino dei risparmiatori.
Piaccia o no, la legge e la prassi non hanno mai affidato alla Banca d’Italia il compito di essere un’Authority, ovvero un arbitro nella libera contesa della finanza italiana, ma il “regista” del capitalismo finanziario del Paese, nel rispetto dell’interesse generale e del bene comune del risparmio, bene supremo perché frutto del lavoro degli italiani. Per ciò che è stato lasciato alle competenze di Palazzo Koch, tale compito è stato pienamente svolto. La politica negli ultimi anni ha poi ritenuto di moltiplicare disorganicamente le Authority (Antitrust, Consob, Copiv, Isvap, ecc ) ridistribuendo e settorializzando competenze in materia di risparmio senza il discernimento necessario ad evitare pasticci; pasticci invece fatti da altre Authority ma imputate alla Banca d’Italia per ridurne autonomia, leadership di tradizione e malsottoportata eccellenza intellettuale.
Non sappiamo se Antonio Fazio avesse una strategia per il capitalismo industriale, analoga a quella che attuò con successo per il sistema creditizio. Di certo, di quella ci sarebbe stato e ci sarebbe bisogno per indurre nei grandi gruppi privati la stessa rivoluzione competitiva che ha resuscitato le banche italiane, non a caso divenute attraenti per le grandi banche estere. Ma la rivoluzione competitiva costa fatica e denaro. E si è interrotta.
Mario Draghi entra in Banca d’Italia con i poteri dimezzati dalla legge e con il peso di essere il primo Governatore a lacerare una tradizione che, da Menichella in giù, ha visto il n.1 provenire sempre dall’interno della banca. Non è ancora stato percepito il danno che ciò può produrre nella banca: stroncare il meccanismo interno che seleziona per competenza, merito, eccellenza della ricerca, gli uomini che dirigeranno l’istituzione, significa tagliare alla radice aspettative legittime e lanciare il messaggio che non è più nello studio, nella preparazione, nel merito che vanno cercate le chiavi di successo della carriera, ma forse in qualche stanza di partito o di altro genere.
Per Draghi, uomo di equilibrio e competenza, si preparano sfide mai viste in Banca d’Italia.
Dovrà esercitare la sua funzione con indipendenza di giudizio e autonomia di condotta rispetto agli stessi ambienti che lo hanno coccolato, accreditato, indicato e infine promosso al vertice della Banca Centrale.
Poi dovrà dimostrare indipendenza dai milieu finanziari internazionali delle banche d’affari anglosassoni presso le quali ha operato con successo, sapendo che il suo successo ora si misura in relazione a quanto saprà essere distante da quelle stesse banche d’affari; ed avendo ben presente che Roma non è Londra, il capitalismo anglosassone non è quello sociale e di mercato ci cui è permeata non solo la politica, ma la cultura e la società italiana.
Infine dovrà indicare una strategia di sviluppo del capitalismo finanziario italiano in grado di proseguiree o, in caso contrario, di opporre qualcosa di serio al pensiero di Antonio Fazio che puntava alla costruzione dei campioni nazionali, efficienti, competitivi, tecnologicamente avanzati, di grandi dimensioni, come unica via per affrontare nell’interesse nazionale la spietata competizione in atto in Europa. Ed occorrerà far presto ad agire, prima che l’Opa su Unipol ed Antonveneta lascino il posto ad un’Opa sull’intero Paese. C’è un’italianità nello stare in Europa che va ben oltre l’italianità delle banche ed alla quale gli italiani non vorrebbero rinunciare. Auguri dott. Draghi.

Fonte: 2 gennaio 2006

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