• martedì , 23 Luglio 2024

La Sindrome del Faraone

Hosni Mubarak non è più l’ «amico di famiglia» di Bill e Hillary Clinton e nemmeno il leader descritto come «stabile» solo cinque giorni fa dal Segretario di Stato americano. Si respira un imbarazzo palpabile nella Washington che invoca democrazia per l’ Egitto, ma per una volta i cablogrammi trafugati da WikiLeaks aiutano la diplomazia Usa. Dai dispacci emerge che Barack Obama e il suo ministro degli Esteri non mentono quando dicono di aver premuto costantemente sul presidente egiziano perché avviasse le riforme politiche, economiche e sociali lungamente annunciate e mai attuate. A un certo punto il Dipartimento di Stato cominciò addirittura a considerare con interesse le iniziative di gruppi intenzionati a uscire allo scoperto per ottenere un cambio di regime. E Obama adesso fa dire al suo braccio destro David Axelrod che nel 2009 quella di rivolgersi all’ islam dall’ Università del Cairo fu una scelta attentamente calibrata proprio per incalzare il presidente egiziano, andando a parlare di democrazia e diritti umani in casa sua. In realtà Mubarak la considerò un’ apertura, anche perché poi Obama fu molto cordiale con lui: nella capitale egiziana e nel successivo incontro a Washington. Per i repubblicani quella del presidente è pura ipocrisia: la verità, per loro, è che l’ America si trova ora spiazzata perché, abbandonando la «dottrina Bush» che dava priorità all’ obiettivo di «esportare la democrazia», Obama ha accettato passivamente i soprusi di Mubarak nei confronti del suo popolo. L’ opposizione ha alcune buone ragioni per parlare di ipocrisie della Casa Bianca (Obama ha premuto su Mubarak, senza, però, insistere troppo), ma ha torto quando loda Bush che, democratizzatore a parole, ha sempre avuto ottimi rapporti col «faraone» e anche con le «autocrazie petrolifere» del Golfo: indimenticabile una passeggiata mano nella mano col sovrano saudita nel suo ranch texano. La verità è che, dovendo gestire equilibri geopolitici estremamente complessi, l’ America ha sempre dovuto seguire una politica del doppio binario: tenere alta la bandiera della democrazia e dei diritti umani in linea di principio, cercando anche di aiutare le forze capaci di fa crescere la società in un modo più libero e articolato, senza però ripudiare regimi che, per quanto illiberali, forniscono un sostegno prezioso agli Usa. Lo ha ricordato con sincerità ieri la stessa Clinton quando ha parlato della difficoltà di forzare la mano a un governo come quello del Cairo che ha svolto un ruolo importante nella lotta contro il terrorismo, nel contenimento dei movimenti islamici estremisti e ha favorito il dialogo del mondo arabo con Israele. Adesso, ovviamente, tutto è più difficile: Washington non può continuare a sostenere un presidente che ha monopolizzato il potere per quasi trent’ anni, ormai «licenziato» dal suo stesso popolo. Ma vorrebbe evitare «salti nel buio» come quelli che le sono costati cari varie volte in Medio Oriente tutte le volte che, appoggiate le forze del cambiamento, si è alla fine ritrovata con le autocrazie filo-occidentali sostituite da regimi integralisti islamici. È una storia che dall’ Iran del dopo scià ai successi degli hezbollah in Libano, si è ripetuta troppe volte. È probabilmente questo ricordo che ha fin qui bloccato anche al Congresso tutte le iniziative miranti a premere per la democratizzazione dell’ Egitto anche con la minaccia di una sospensione degli aiuti Usa: mozioni ne sono state presentate tante, ma non ne è mai stata messa in votazione nemmeno una. A questo punto, però, l’ America non può che scommettere sulla maturazione delle principali componenti della società egiziana, a cominciare dai Fratelli musulmani, la principale forza islamica del Paese. E sperare che i militari pilotino con equilibrio il Paese verso la scadenza elettorale già programmata. «Se vuoi la democrazia – nota l’ analista Robert Kaplan – devi sapere che dovrai fronteggiare situazioni molto più complesse e imprevedibili: in democrazia non basta fare un solo numero di telefono per ottenere un risultato».

Fonte: Corriere della Sera del 31 gennaio 2011

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