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La riforma delle pensioni serve a prescindere dai conti dell’Inps.

Il 18 marzo è stato il giorno di Antonio Mastrapasqua, il presidente-commissario dell’Inps, nuovo astro nascente nel firmamento degli enti previdenziali, che ha presentato il rapporto annuale del suo Istituto, alla Camera, nella Sala della Lupa, alla presenza del presidente Fini, del ministro Sacconi e del sottosegretario Gianni Letta che ha tessuto un elogio senza riserve (e con un’evidente esagerazione) di Mastrapasqua e della sua azione all’Inps.
Il succo politico della relazione ha finito per portare acqua al mulino del Governo: l’Inps ha 11 miliardi di attivo e pertanto non c’è bisogno di fare una nuova riforma delle pensioni perché i conti sono in equilibrio.
Il ragionamento è un po’ forzato; dalle conclusioni – sicuramente corrette – manca qualche passaggio indispensabile per esprimere un giudizio pertinente e compiuto. Anche in materia di previdenza, è opportuno tentare qualche puntualizzazione. Innanzi tutto, un conto è l’andamento della spesa pensionistica, un altro quello dei saldi dell’Inps, il cui bilancio mette insieme almeno una trentina di gestioni pensionistiche, previdenziali, assistenziali, attinenti alla famiglia, al mercato del lavoro e agli ammortizzatori sociali, agli sgravi contributivi al sistema delle imprese e a quant’altro.
Per svolgere i suoi compiti l’Inps incassa più o meno 130 miliardi di contributi sociali e 75 miliardi di trasferimenti dello Stato (per finanziare le prestazioni che la legge mette a carico della fiscalità generale). In tale contesto è la spesa pensionistica da tenere sotto controllo per la sua incidenza sul Pil e per gli squilibri che essa determina – in forza dei trend demografici – sull’insieme della spesa sociale. Ed è la spesa pensionistica che deve essere attentamente monitorata nelle sue tendenze di lunga durata dal momento che gli effetti delle riforme – per loro natura – si muovono in una prospettiva di medio-lungo periodo.
Come viene prodotto, poi, questo colossale avanzo dell’Inps? Vi sono sicuramente delle cause principali e delle concause. Cominciamo da queste ultime. Vanno annoverate questioni come la lotta all’evasione e l’aumento ininterrotto (negli ultimi 8 anni) degli occupati. Ma le cause principali sono altre. L’aumento delle aliquote contributive su tutta la platea degli occupati disposto dal Governo Prodi nella legge finanziaria del 2007 ha determinato maggiori entrate per circa 5 miliardi di euro. Ci sono poi i “grandi elemosinieri”: la Gestione delle prestazioni temporanee (quella che, all’interno del Comparto dei lavoratori dipendenti, eroga le seguenti prestazioni: assegno al nucleo familiare, cigo, disoccupazione ordinaria, indennità economica di malattia e maternità, tbc) e la Gestione del lavoro parasubordinato. Queste due gestioni assommano complessivamente saldi attivi d’esercizio tra i 12 e i 13 miliardi. Che bellezza! Dirà il lettore. Possiamo risolvere tanti problemi visto che le risorse ci sono e abbondanti: migliorare i trattamenti destinati alla famiglia, fare la riforma degli ammortizzatori sociali, tutelare meglio i precari prosaicamente definiti parasubordinati. Niente di tutto questo, perché non è consentito destinare neppure un euro per migliorare le prestazioni per le quali si incassa strutturalmente di più di quanto si spende.
Quegli avanzi sono rivolti – nella logica del bilancio unitario dell’Inps – a “tappare i buchi” delle gestioni pensionistiche. Proprio così: nell’attuale fase storica le famiglie, i cassintegrati, i disoccupati, i precari sono forzatamente solidali con i lavoratori autonomi e con alcune categorie di lavoratori dipendenti non certo tra i più sfortunati, le cui gestioni pensionistiche sono in rosso sfavillante.

Fonte: L'Occidentale del 23 marzo 2009

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