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Due terzi dei profitti vanno a fisco e contributi

Le tasse sono il prezzo che si deve pagare per una società civilizzata. La citazione di Oliver Wendell Holmes, giurista americano dell’inizio del secolo scorso, campeggia sul frontespizio di “Paying taxes 2011”, l’indagine comparata realizzata congiuntamente dalla Banca mondiale, dall’Iif e da PriceWaterhouse Coopers su 183 paesi del mondo. Di sicuro, però, per le imprese italiane che pagano le tasse, in questi tempi di civiltà che si sgretola come la casa dei gladiatori di Pompei, il prezzo tributario appare particolarmente salato: dai dati elaborati dagli esperti risulta infatti che in Europa il nostro paese continua a guidare la classifica dell’indice di carico fiscale complessivo per le aziende (il total tax rate) con un peso pari al 68,6% dei profitti commerciali, generato da imposte e oneri contributivi, rispetto a una media europea del 44,2% e mondiale del 47,8%. Poco meglio di noi, in Europa, la Francia (65,8%), mentre in Germania la percentuale è al 48,2%, in Spagna al 56,5% e nel Regno Unito al 37,3%. Sotto il 30%, invece, si collocano il Lussemburgo, quello con la percentuale più bassa in Europa (21,2%), ma anche Cipro, Irlanda, Bulgaria e Danimarca. Sui 183 paesi presi in considerazione dallo studio, l’Italia risulta al 167° posto quanto al peso del prelievo fiscale sulle imprese, a causa, soprattutto, delle tasse sul lavoro e dei contributi sociali pagati dai datori di lavoro, che coprono il 64% del totale (l’Ires e l’Irap, invece, rappresentano il 33% del carico fiscale complessivo stimato). Del resto, anche i dati comparativi europei analizzati dagli esperti del ministero delle Finanze confermano che l’Italia, con la sua aliquota implicita sul lavoro attestata al 42,8% è al livello più elevato in Europa, essenzialmente per via dell’alto livello di contributi a carico del datore di lavoro, e per via della quota di Irap che viene attribuita alla componente lavoro secondo la metodologia continentale. Quanto alla Banca d’Italia, nella relazione annuale si ricorda che il cuneo fiscale sul lavoro italiano è di circa 5 punti superiore al livello medio europeo, mentre il prelievo sui redditi da lavoro più bassi e quello sulle imprese, includendo l’Irap, risultano più elevati della media Ue di 6 punti.
Tornando allo studio World Bank, dietro all’Italia si colloca il Brasile, 168° nella graduatoria del carico fiscale con il 69%. Tra i principali paesi europei, la Germania è 128esima, la Francia 163esima, la Gran Bretagna 76esima e la Spagna 150esima. Il paese che vanta il minor carico fiscale per le imprese è Timor-est, nel sudest asiatico, con lo 0,2%, davanti a Vanuatu, un’isola nell’Oceano Pacifico, con l’8,4% e le Maldive con il 9,3%. In fondo alla classifica la Repubblica Democratica del Congo con il 339,7%. Va detto poi che se si guarda sempre al solo carico fiscale complessivo, il nostro posto in classifica non è migliorato, anzi siamo scesi di un posto (nell’edizione dello scorso anno l’Italia era il paese numero 166).
Del resto, gli estensori del rapporto non autorizzano facili speranze per il futuro, in quanto mettono in evidenza che durante le fasi di crisi e di economia debole (l’indagine considera le imposte pagate nel 2009) il costo del fisco per le imprese aumenta, in quanto il carico fiscale tende a rimanere rigido proprio mentre gli utili si contraggono. «Nello studio – osserva Fabrizio Acerbis, partner Pwc – si afferma che mentre negli ultimi anni un numero abbastanza elevato di paesi ha cercato di ridurre le propri imposte dirette, certamente negli anni che verranno sarà sempre più difficile utilizzare la leva fiscale, anche per considerazioni di ordine macroeconomico» vale a dire per effetto dei debiti pubblici lievitati in tutto il mondo in seguito alla crisi. Nella media delle 183 economie del mondo prese in esame risulta che «una compagnia paga mediamente quasi la metà dei suoi profitti in tasse, spende sette settimane a sbrigare questioni fiscali ed esegue un pagamento ogni dodici giorni», sottolineano gli autori del documento. Tra le curiosità dello studio è da segnalare anche il fatto che in alcune legislazioni c’è un diverso trattamento fiscale per genere: le donne pagano più tasse degli uomini in Costa d’Avorio, Burkina Faso, Indonesia e Libano. Ci sono però anche paesi, come Israele, Corea e Singapore, dove avviene l’opposto, per incentivare l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro.
Rispetto alla graduatoria del tempo necessario per adempiere ai propri doveri fiscali, lo studio evidenzia che ci vogliono 285 ore per un’impresa in Italia, ovvero 60 ore in più della media europea (222) e contro una media di 209 ore all’interno dell’area Ocse. In Europa solo cinque paesi hanno meccanismi più complicati del nostro, mentre il Lussemburgo è il più virtuoso con 59 ore davanti a Svizzera (63), Irlanda (76), Estonia (81) e Norvegia (87). Considerando la classifica mondiale l’Italia è al 123° posto sui 183 paesi presi in esame dalla ricerca. Ultimo è il Brasile con 2.600 ore, mentre al primo posto si piazzano le Maldive con zero ore, seguite dagli Emirati arabi uniti con 12 ore e dal Qatar con 36. In ogni caso, sotto il profilo del tempo impiegato per la compliance fiscale, le cose per l’Italia sembrano andare meglio che negli anni passati: l’edizione dello scorso anno di “Paying taxes”, infatti, vedeva l’Italia al 138° posto per il tempo dedicato agli adempimenti tributari e nel 2006 le ore che occorrevano ad un’azienda italiana per mettersi in regola con le tasse erano addirittura 360. Insomma, almeno sul terreno degli snellimenti burocratici, dei progressi sono stati fatti.

Fonte: Il Sole 24 Ore del 19 novembre 2010

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