• giovedì , 23 Maggio 2024

Crescere o chiudere

Tra i vari spunti che l’assemblea di Confindustria ha fornito con i discorsi di Enrico Letta e Giorgio Squinzi tre meritano di essere sottolineati. Il primo è stato sicuramente sorprendente. Il presidente del Consiglio ha offerto alla platea un obiettivo più che ambizioso: elevare il contributo dell’industria al Pil italiano dal 18 al 20%. L’Italia, dunque, a detta del capo del governo, deve scommettere sulla reindustrializzazione, prendere a modello quanto stanno facendo gli Usa. Squinzi non poteva che accogliere con favore quest’indicazione ma è lecito chiedersi se sia davvero possibile centrare l’obiettivo partendo da una situazione che vede in grave difficoltà settori portanti della manifattura come auto, elettrodomestici e siderurgia. L’assemblea ieri questa domanda non se l’è posta, le occasioni però non mancheranno.
Per reindustrializzare, posto che non possiamo farlo a colpi di nuove Iri, la strada più convincente è di accrescere (notevolmente) il numero delle medie aziende capaci di comportarsi come global company . La manifattura di oggi non è quella del Novecento, le contaminazioni con i servizi sono l’elemento caratterizzante dell’innovazione, distribuzione e logistica sono fattori decisivi per il successo e paghiamo il prezzo di averli sottovalutati.
E allora, se vogliamo perseguire l’obiettivo del 20% la comunità industriale è chiamata a una crescita culturale. È giustissimo chiedere all’Europa di adottare un industrial compact per mettersi in grado di competere con Cina e Usa ma se vogliamo creare «crescita italiana» attraverso l’industria le risposte non potranno arrivare tutte da Bruxelles.
Il secondo punto riguarda il delicato rapporto tra banca e industria. Il presidente Squinzi ha parlato addirittura di una terza ondata di credit crunch e ha stimato in 50 miliardi di euro la riduzione di liquidità dovuta alla chiusura dei rubinetti. Le sue cifre sono state contestate, ad esempio dal banchiere Enrico Cucchiani. Conviene però andare oltre la disputa sui numeri e concentrarsi sulle cose da fare. Se lo Stato rimborsasse tutti i 90 miliardi di mancati pagamenti alle imprese da parte della pubblica amministrazione, darebbe un potente contributo al superamento dello status quo, creerebbe infatti automaticamente più spazio per l’erogazione di ulteriori finanziamenti. Scartata, come sembra, l’ipotesi di creare una bad bank dove raccogliere tutti i crediti dubbi originati dalla morìa delle imprese, è necessario però non chiudere gli occhi di fronte alla realtà e monitorare/ rafforzare la diga rappresentata dall’intero sistema delle garanzie (Fondo centrale e Confidi).
Se poi, come è giusto e come l’obiettivo di reindustrializzare richiede, dalle priorità volgiamo lo sguardo al medio periodo dobbiamo convenire che la relazione tra banche e imprese, deteriorata dalla crisi, va ricostruita su basi nuove. Il credito deve farsi più «tedesco» e accompagnare i passaggi chiave della vita delle aziende. Gli imprenditori devono immettere maggiore trasparenza e più capitale.
Infine il Nord. Il presidente Squinzi ne ha parlato come di un modello che in passato è stato trainante e ora si trova pericolosamente «sull’orlo del baratro».
Un giudizio che va ben al di là della mera fotografia della crisi e ci invita a ragionare su un ampio spettro di fenomeni che includono la decimazione delle piccole imprese, lo stallo dei sistemi locali e il crollo verticale di alcuni distretti, la difficoltà in diverse zone ad operare la staffetta tra padri e figli in azienda, la disperazione che ha spinto diversi imprenditori all’estremo sacrificio, la voglia di moltissimi giovani di andarsene all’estero. La verità è che le culture politiche che pure hanno individuato per prime il valore aggiunto della questione settentrionale non sono poi riuscite a elaborare una moderna prospettiva di sviluppo.
il federalismo doveva produrre non solo una nuova organizzazione dello Stato ma anche un nuovo costume delle classi dirigenti. Finora purtroppo entrambi gli obiettivi sono stati mancati. E paradossalmente mentre la crisi sferzava il sistema produttivo si moltiplicavano, condite da una forte retorica del territorio, le università locali, le fiere, gli aeroporti, gli enti regionali e tutto quanto potesse produrre nuova intermediazione politica e nuova spesa. Gli imprenditori forse avrebbero dovuto con più convinzione segnalare l’andazzo. Non l’hanno fatto e hanno dovuto scontare una nuova forma di solitudine. Restare a battersi con i concorrenti stranieri per tenere le quote di mercato o quantomeno per non chiudere mentre gli altri si sceglievano la poltrona.

Fonte: Corriere della Sera del 24 maggio 2013

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