• venerdì , 24 Maggio 2024

Cercasi leader e governance

La coalizione dei volonterosi azionisti di UniCredit che ha messo alla porta Alessandro Profumo doveva avere degli ottimi motivi. Al presidente Dieter Rampl, leader dell’inedita alleanza tedesco-padana, era stato autorevolmente raccomandato che delle due l’una: o all’amministratore delegato Profumo veniva rinnovata la più totale fiducia dal consiglio di amministrazione dopo gli screzi dei giorni precedenti oppure le sue dimissioni dovevano essere accompagnate dalla contestuale scelta del successore.
E invece Rampl è andato avanti perché con Profumo «c’erano punti di vista diversi sulla corporate governance». Le deleghe di gestione sono state affidate al presidente e l’incertezza sul futuro della più importante banca italiana è totale, come dimostra la reazione della Borsa.
Comunque Profumo non è più il capo di UniCredit, il colosso bancario europeo che ha di fatto creato. E senza Profumo è destinato a cambiare l’assetto di potere della finanza italiana.
Certo, tutto dipende dalla persona che gli azionisti di UniCredit metteranno al suo posto. Può darsi che spunti un eccellente manager bancario, in grado di migliorare la performance del gruppo e di portare ai soci risultati in linea con le aspettative.
Meno deludenti, cioè, di quelli realizzati dal Profumo dell’epoca imperiale, successiva all’acquisizione della tedesca Hvb e della romana Capitalia. Investimenti che si sono rivelati assai cari soprattutto se valutati con i parametri post-crisi. È peraltro probabile che nel sistema bancario italiano aumenti l’omologazione. Profumo è stato per lungo tempo quello che sapeva dire di no quando arrivavano “certe” richieste. Non si è commosso per Telecom, per Alitalia o per Rcs. Forse aveva torto (ma più probabilmente no). Fatto sta che ha detto: «Non è nell’interesse della banca». E si è assunto le sue responsabilità.
E adesso? Come sarà l’Unicredit del dopo-Profumo? Avrà un amministratore delegato con una proiezione internazionale in grado di consolidare lo sviluppo di un gigante presente in 22 paesi? O sarà un gagliardo e rampante manager «attento al territorio» e sensibile ai richiami della politica? Sarà un esterno o un interno? E se il prescelto verrà da fuori come la prenderanno quelli che in questi anni hanno affiancato Profumo?
La scelta non sarà semplice e dovrà avvenire in tempi rapidi perché la Banca d’Italia, preoccupata della stabilità di Unicredit e dell’intero sistema, l’ha giustamente sollecitata. Gestire un gruppo tanto complesso e cresciuto così velocemente richiede qualità non ordinarie. I ripetuti cambiamenti del modello organizzativo sono lì a dimostrarlo. E poi la vicenda Profumo pone il problema della governance della banca. Per vari motivi. Intanto le modalità delle dimissioni-licenziamento sono state gestite in modo “poco elegante”: cacciare l’amministratore delegato senza avere un successore da annunciare non è prassi a livello di una società quotata di quella importanza.
L’uscita di Profumo segna anche la fine ufficiale dell’autoreferenzialità (per dirla con gli azionisti) o dell’autonomia (per dirla con Profumo) del management. E allora in futuro nelle scelte che contano peserà di più il nuovo amministratore delegato o Rampl, con il vicepresidente Fabrizio Palenzona e magari, da più lontano, Paolo Biasi, presidente della fondazione di Verona?
Infine c’è da chiedersi se e a quali condizioni reggerà l’asse tedesco-padano. Ieri tra i politici di entrambi gli schieramenti era diffuso il timore che i tedeschi puntino a prendere il controllo di Unicredit, approfittando dell’attuale sbandamento. Ma non è chiaro con quali forze dato che Allianz è l’unico socio tedesco con una quota superiore al 2% del capitale. Piuttosto è curioso che tra i 23 consiglieri di amministrazione di Unicredit ben sei siano tedeschi o austriaci, oltre a Enrico Cucchiani che rappresenta Allianz. Fa quasi un terzo del board, compresa la posizione di presidente: niente male come eredità dell’accordo per l’acquisizione di Hvb.
Profumo,come Sergio Marchionne e pochissimi altri, era l’immagine dei manager italiani a livello internazionale.La sua forza nasceva anche da lì.C’è da augurarsi che il suo successore riesca ad affermarsi come lui.

Fonte: Il Sole 24 Ore del 23 settembre 2010

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